Ho visto un Gatto Nero a Torino - Appunti di Gola

Ho visto un Gatto Nero a Torino

Pubblicato il: 12 Ottobre 2016

Argomenti: Tavole

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Mi conforta il parere di gente che la sa lunga, quando parlo del mio amore acritico per il Gatto Nero di Torino. Mi conforta la sensazione di appagamento che provo quando la porta del Gatto si chiude alle mie spalle, accompagnata con delicatezza.

Mi conforta la giacca bianca di Andrea, che con l’understatement di chi possiede la sapienza e la conoscenza sbriciola ogni convenzione affiancando sua sponte tre bicchierini al bunet, uno dei migliori mai assaggiati: un Barolo Chinato, un Porto, un altro Porto Colheta vecchio di 12 anni. Con la stessa voce sussurrata ma sicura con cui accoglie la comanda di un vino umano ma non consueto, il formidabile Carema di Ferrando Anno Domini 2012. “Ha fatto una sola etichetta quell’anno, ed è eccezionale”. Ha ragione.

Il Gatto Nero è un locale che non ha eguali. Innanzi tutto è un ristorante, tutto in maiuscole, cioè un luogo di ristoro. Non è una cripta in cui si officiano riti chiesastici, non è un luogo che intimorisce l’avventore. Non è un teatro nè un cinema, non è un convivio per iniziati. È un ristorante, e lo è in modo così univoco da obliterare ogni esigenza di aggettivazione. I gatti neri occhieggiano dai quadri alle pareti, con leggiadria e buongusto. I tavoli, grandi, tovagliati. Le sedie di disegno hanno una seduta d’altri tempi: possono trovare pace e riposo anche quelli come noi che fachiri non sono.

In un ristorante così, i cuochi cucinano: li vedi, passando, armeggiare con rondò e pentoloni, grandi coltelli e immense lombate. E li vedi nel piatto, schietti e diretti, ma non senza quel tocco che fa divergere la cucina del Gatto dalla banalità: una cucina così inattuale da apparire contemporanea. Di riflessi toscani in terra di Piemonte.

Un boccone di salsiccia cruda, quasi un broccato, Una copiosa insalata d’ovoli, imperniata attorno ad un uovo in camicia di antica saggezza culinaria. Un piatto di gnocchi di patate sodi e morbidi: gnocchi gnocchi, senza contaminazioni filosofiche o invasioni psicofisiche. La chiamano amatriciana di peperoni, e si sta al giuoco: leccandosi – letteralmente – i baffi.  Del bunet s’è detto, del brigidino/cantuccino di soprammercato si dice ora.

Finisce, e il regalo più rilevante è questa sensazione: che al Gatto Nero sono felici di servirti. Nessuno servilismo però, solo la vocazione all’ospitalità, laddove è l’avventore che nobilita il locale con la sua presenza non il cuoco che si degna di tollerare la sua visita.

Se vai a Torino, passa dal Gatto Nero.

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