Cà de Noci, sangue del Crostolo - Appunti di Gola

Cà de Noci, sangue del Crostolo

Pubblicato il: 11 Gennaio 2017

Argomenti: Produttori

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Il Crostolo è un rivo, un corso d’acqua assai lunatico, normalmente ridotto poco più che ad un fossato: ma nella storia di Reggio ritaglia una nicchia più che altro per le numerose deviazioni a cui è stato costretto nei secoli. Per dire, la reggiana Basilica della Ghiara – nel vernacolo locale ghiaia – prende il nome dall’alveo del torrente che passava proprio dal centro della città e dava il nome all’edifizio. Poi fu spostato di qua e di là da maggiorenti locali nello scorrere dei secoli, fino a consolidarsi un letto anonimo e mesto fuori le mura, oggi cementificato senza pietà.

Più su verso la collina però il Crostolo respira, e dalle parti di Puianello si slarga in una piana di pietre e sassi, ciottoli di fiume e lessa: un luogo in cui l’uva prospera, in particolar modo l’uva lambrusca che qui – come altrove nella Valdenza – sa fare cose pregevoli.

Proprio qui una piccola realtà vinicola ha saputo guadagnarsi un lume di notorietà per la caparbia attenzione con cui vinifica e per il rigore della ricerca e della lavorazione: conduzione familiare per eccellenza, con i fratelli Masini a menare le danze: Giovanni e Alberto. Mirabile combinazione di conoscenza e creatività, l’uno dedicato alla parte agronomica ed enologica, l’altro alla comunicazione, con le bellissime etichette realizzate su suo disegno, una più affascinante ed evocativa dell’altra.

Conobbi Cà de Noci all’alba del mio viaggio d’esplorazione dei Nuovi Lambruschi, rifermentati in bottiglia e ottenuti con vinificazioni rispettose da coltivazioni rigorose: al di là degli slogan, con la ricerca ossessiva della qualità intrinseca. Vecchie vigne con vecchi vitigni – Sgavetta, Spergola, Lambrusco di Montericco, la dimenticata Termarina – ed ora anche nuovi impianti, sempre pensati in direzione dell’omaggio alle tradizioni con indagine delle possibilità future di una enologia più consapevole.

Oggi Cà de Noci conserva tutto il carattere artigianale delle sue produzioni, anche se ogni vendemmia aggiunge conoscenza alla conoscenza: ma basterebbe vedere con quale amorevole sguardo Giovanni accarezza la vecchia vigna di fronte a casa, quanto tempo impiega a sistemare ogni singola pianta di quei tronchi nodosi e ricurvi, altri un uomo come ormai non si fa più, per comprendere il tutto. È da questa vigna che viene la Spergola che da vita al più clamoroso dei vini di casa, il Metodo Classico De’ Fratelli, un formidabile bicchiere di Puianellità. Tre anni di riposo sui lieviti, nessun dosaggio, un’integrità di base e una vitalità di sorso che irretisce: deciso senza sgomitare, narrativo senza essere prolisso, è il manifesto di un modo nobile e umile di produrre vino nelle terre delle terre: lo amo senza condizioni. Ma quanto prende gli anni e si slancia in una parabola di piacevoli brividi, ecco, lascio la parola alla commozione.

Bellissime etichette, si diceva, per esaltare un vocabolario non infinito ma assai sincero: terreno e territorio, lavoro dell’uomo, gioia di concretizzarlo. Querciole è il frizzante bianco da Spergola, brillante e giustamente spigoloso; Notte di Luna è il bianco aromatico dal carattere burbero e a tratti scontroso, bella metafora delle pendici collinari. Ancora bianco, ma dolce, il prezioso Aresco, ricco d’echi di Moscato e Malvasia passiti, una stilla in equilibrio sempre provvisorio tra il dolce e il non-dolce.

Luminoso il Sottobosco, lambrusco che non si può chiamare lambrusco ma che evoca vendemmie arcaiche, gran mischione di Grasparossa, Malbo Gentile, l’antipatico Lambrusco di Montericco, Sgavetta. Un bicchiere di terra nera immersa nelle ghiaie del torrente, vero Sangue del Crostolo.

Sono vini che attraversano gli anni con serenità, invecchiando con garbo: vale la pena di viaggiare con i Fratelli attorno alle terre del Crostolo, perché sono puntate di uno sceneggiato di rara verità. Vale pena di imbandire il tavolo con cibi reggiani – come quei frammenti d’erbazzone presi dalla dispensa di casa che Giovanni lascia sul tavolo con gesto leggero, quasi con disattenzione, mentre si beve e si chiacchiera – perché trovano perfetta compagnia. Vale la pena, insomma.

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