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Sostenibilità

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La mission impossible di Mr. Impossible (Foods): togliere la carne dai nostri piatti

Prima intervista in Italia a Pat Brown, fondatore di una delle aziende che stanno cambiando il nostro modo di mangiare e che Google cercò di comprarsi con un assegno da 300 milioni di dollari.

28/03/2021

Non è uno che le manda a dire, Patrick Brown. A 66 anni è l’amministratore delegato e fondatore di Impossible Foods, una delle due aziende americane che hanno rivoluzionato il settore della non-carne, dando vita praticamente da sole a un mercato che vale decine di miliardi di dollari, è stato professore di Biochimica a Stanford e ha un obiettivo preciso in mente: “Smettere di usare gli animali come cibo ed entro il 2035 prendere il posto dell’industria più pericolosa al mondo”. Che sarebbe quella della carne.

Secondo Brown, che ha creato la compagnia nel 2011, al termine di un anno sabbatico che si era preso per riflettere sul futuro suo e della sua carriera, “la domanda globale di carne, pesce (un argomento che abbiamo approfondito di recente) e prodotti lattiero-caseari è la prima ragione della cancellazione di interi ecosistemi e se non agiremo rapidamente per ridurre o eliminare gli animali come ingrediente principale dell’industria alimentare, finiremo per provocare un disastro ambientale”.

Anche qui, i dati confermano le sue parole: secondo la Fao, i giganteschi allevamenti da decine di migliaia di capi di bestiame, messi tutti insieme, sono la seconda fonte di inquinamento sulla Terra, responsabili del 15-20% dei gas serra emessi nell’atmosfera.

Non è solo amore (per gli animali e per la carne)

È bene ribadire che la molla che ha spinto Brown a fondare Impossible Foods non è (solo?) l’amore per gli animali o l’attenzione per loro, ma piuttosto la preoccupazione per quello che stiamo facendo dal punto di vista ecologico. Glielo abbiamo chiesto, che cosa lo ha spinto, e ci ha risposto così: “La nostra missione è affrontare due delle minacce più grandi per l’umanità e per la Terra, cioè il riscaldamento globale e il rischio  di un’estinzione di massa. Per farlo, stiamo cercando di rendere l’industria alimentare più sostenibile”, appunto “sostituendo gli animali con alternative a carne, pesce e latte che siano buone, nutrienti e meno impattanti”. Tutto questo perché il nostro desiderio di questi prodotti non è più sostenibile. Non a questi ritmi da catena di montaggio, almeno.

E quindi? E quindi, dopo aver raccolto e investito circa 100 milioni di dollari di finanziamenti, aver fatto ricerca e sperimentazione per 3 anni e anche rifiutato i 300 milioni offerti da Google per rilevare la sua compagnia (che è una cosa che non tutti sanno e si può rileggere qui), nel 2016 Brown ha fatto debuttare in alcuni ristoranti la prima versione del suo Impossible Burger, perfezionata nel 2019 e alla fine di quell’anno messa in vendita nei negozi di alimentari.

Solo negli Stati Uniti, perché in Europa i prodotti dell’azienda di Redwood non sono consentiti. La colpa è (probabilmente) dell’heme, una molecola colorante che dà a questa non-carne il colore rosso e che Impossible produce in grandi quantità modificando geneticamente la leghemoglobina di soia.

Insomma, gli Impossible Burger sono parzialmente ogm ed è per questo che per la commercializzazione serve l’autorizzazione dell’Ue: “Nel 2019 abbiamo fatto domanda e presentato la documentazione all’Efsa, l’Autorità europea per la Sicurezza alimentare, che ha sede a Parma (è la stessa che ha dato il via libera agli insetti per usi alimentari, ndr) - ci ha ricordato Brown - Stiamo aspettando una risposta, perché la nostra intenzione è vendere i nostri prodotti in tutto il mondo, rispettando o superando le richieste delle singole autorità alimentari”.

Intanto, proprio l’heme è al centro di un contenzioso legale negli Stati Uniti: in Oregon è stata presentata una causa che chiede alle autorità federali di riesaminarne la sua non pericolosità.

Tornando al Vecchio continente, Brown non si sbilancia sulla possibilità di aprire impianti di produzione in Europa per essere più vicini alla (crescente) domanda dei clienti da questa parte dell’Atlantico e anche ridurre i costi di spedizione e trasporto, come hanno fatto i rivali di Beyond Meat: “Al momento non abbiamo annunci da fare su questo, ma è sicuramente fra le nostre priorità, anche perché vogliamo ridurre l’impatto inquinante del trasporto dei nostri prodotti”.

Il futuro e il ruolo del coronavirus

Intanto, la compagnia guarda avanti: a ottobre 2020 ha annunciato l’intenzione di assumere oltre 100 scienziati per creare l’Impossible Milk, una bevanda a base vegetale che possa sostituire il latte (sulla scia del NotMilk della cilena NotCompany), ha messo in piedi uno store online per la vendita dei suoi prodotti e abbassato del 20% i prezzi al consumo e ha fatto entrare nel consiglio d’amministrazione la diplomatica costaricana Christiana Figueres, che fra 2010 e 2016 è stata segretario esecutivo della Convenzione Onu sui Cambiamenti climatici.

In tutto questo, la sensazione è che il coronavirus abbia in qualche modo dato una mano a queste aziende e in generale al mercato dei prodotti a base vegetale, come su Cucchiaio scrivemmo già a giugno 2020. Anche se ovviamente Brown è restio ad ammetterlo: “È impossibile stabilire con precisione qual è stato l’impatto della Covid-19 sul nostro business - ci ha detto - anche se abbiamo visto tutti una decisa impennata nella domanda dei consumatori per questo tipo di prodotti, nostri e di altre aziende, di cui stiamo continuando ad aumentare la produzione”.

Quel che è certo è che “questa pandemia è una tragedia di proporzioni incredibili, una cosa che un anno fa nessuno di noi avrebbe nemmeno potuto immaginare” e che però “potrebbe averci reso più consapevoli di quanto sia pericoloso affidarci agli animali come fonte primaria di cibo”.

Perché? “Perché questa nostra dipendenza è anche molto pericolosa dal punto di vista sanitario e negli anni ha provocato epidemie letali come la Spagnola (fra i primi focolai ce ne furono molti in alcune fattorie del Kansas, ndr), la Sars, la Mers e l’influenza di tipo A”.

Semplificando, i motivi sono riconducibili alla convivenza forzata fra l’uomo e gli animali d’allevamento e fra questi e gli animali selvatici, che secondo ricerche recenti sarebbero veicolo di più o meno 1,7 milioni di virus ancora sconosciuti e in grado di infettare l’uomo, come scrivemmo in un articolo dedicato alle epidemie più recenti. E con il contatto continuo fra una specie e l’altra, è pressoché inevitabile il passaggio di eventuali contagi da una specie all’altra e il conseguente sviluppo di zoonosi. Come la Covid-19, appunto.

È per tutti questi motivi che una decina d’anni fa un professore universitario di mezza età ha deciso di stravolgere la sua vita e cambiarla radicalmente: “È la mia missione, la nostra missione. Ma da soli non possiamo farcela”.

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Emanuele Capone

Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

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