Il 2020 e il boom della carne vegetale
Il lockdown ha bloccato allevamenti e produzione di carne, facendoci cambiare abitudini alimentari. Forse in modo più sostenibile.

All’inizio di maggio, la senatrice americana Elizabeth Warren, a lungo fra i candidati Dem per la sfida al presidente Trump alle elezioni, ha fatto sapere che avrebbe sostenuto la proposta di legge del collega Cory Booker per bloccare la nascita di nuove mega-fattorie e nuovi allevamenti intensivi, puntando a eliminarli del tutto entro il 2040.

Un mese prima, Pat Brown, il boss di impossible Foods, fra i leader nella produzione della cosiddetta fake-meat, l’alternativa vegetale alla carne, forte dell’iniezione di mezzo miliardo di dollari nelle casse dell’azienda, aveva annunciato che “raddoppieremo la produzione anno dopo anno per i prossimi 15 anni, ed entro il 2035 smetteremo di usare gli animali come cibo”. 

Due obiettivi simili, nei contenuti e nelle tempistiche, e anche immaginati più o meno nello stesso momento: nella primavera del 2020, nel pieno dell’emergenza coronavirus. C’è un motivo, ovviamente. Anzi, ci sono (almeno) tre motivi.

Che cosa sono i Cafo e perché il coronavirus li ha messi in ginocchio

Intanto, che cosa s’intende per mega-fattorie e allevamenti intensivi: gli americani li chiamano CAFO (Concentrated Animal Feeding Operation) e secondo il ministero dell’Agricoltura statunitense solo negli USA ce ne sono oltre 20.000 e ognuno ospita almeno 1.000 “unità animali”, cioè 1.000 mucche, oppure 2.500 maiali, oppure 125.000 polli (ognuna delle quali consuma fra l’altro circa 15-20 chilogrammi di foraggio al giorno).

Tralasciando il fatto che inquinano tantissimo (secondo la FAO, sono responsabili di circa il 20% dei gas serra emessi ogni anno nell’atmosfera), c’è il problema che sono diventati ingranaggi fondamentali e insostituibili di una macchina gigantesca: di recente, un bell’articolo della New York Review of Books ha ricordato che oggi 4 aziende producono l’80% della carne di manzo consumata in America, altre 4 macellano quasi il 60% dei maiali e che in questi impianti enormi vengono disossati 175 polli al minuto. Se se ne fermano una o due, di queste aziende, si ferma tutto: “Si sta spezzando la catena di distribuzione del cibo”, ha scritto in una lettera aperta pubblicata dal New York Times a fine aprile il presidente della Tyson Foods, un gigante da oltre 100.000 dipendenti.

Perché a causa del lockdown imposto dalla pandemia, di aziende così se ne sono dovute fermare parecchie. Perché stavano diventando pericolosi focolai di contagio, perché i dipendenti sono costretti a stare gli uni appiccicati agli altri, perché lavorano a ritmi così elevati che non hanno nemmeno il tempo di andare al bagno (alcuni indossano il pannolone) o di starnutire, figurarsi di farlo nella piega del gomito. Soprattutto, perché prima che gli impianti fossero chiusi, di questi lavoratori ne sono stati contagiati quasi 13.000, e una cinquantina di loro sono morti (dati aggiornati alle metà di maggio).
In tutto questo, mentre l’industria alimentare tradizionale langue, fatica, non riesce a far arrivare i suoi prodotti nei negozi, perde quote di mercato e soldi, l’altra, quella che produce alternative a base vegetale ai cibi di origine animale, prospera: da marzo 2019 a marzo 2020, gli acquisti negli Usa della cosiddetta “non carne” e di latti come quello d’avena sono aumentati rispettivamente del 280 e del 477%; fra aprile e maggio gli incrementi sono stati compresi fra il 35 e il 55% rispetto al periodo fra gennaio e febbraio (entrambe le analisi sono Nielsen) e Impossible e Beyond Meat, l’altro marchio celebre fra quelli attivi nel settore delle alt-meat, hanno assunto nuovi dipendenti, aumentato gli stipendi, aumentato i turni di lavoro.  Aumentato le entrate. (Si veda Plant-Based 'Meats' Catch On in the Pandemic).

La carne rossa, le malattie croniche e la Covid-19

Succede perché quella che era incominciata per una necessità (mangiare, in assenza di carne nei supermercati) è diventata/sta diventando un’abitudine, di cui i consumatori stanno apprezzando alcuni benefici effetti collaterali. Che è il secondo motivo per cui il 2020 sarà probabilmente l’anno della svolta per questi prodotti.

Perché le persone stanno prendendo confidenza con questi alimenti: hanno scoperto che non solo sono buoni, ma pure fanno bene. È ormai poco smentibile che i cibi eccessivamente industrializzati siano dannosi per il nostro corpo, che le carni rosse, soprattutto gli insaccati, aumentino il rischio di sviluppare alcuni tumori (lo dice l’Airc), che un’alimentazione che si basa prevalentemente su questi cibi porti a malattie croniche, come ipertensione e diabete: “Non moriamo più a 30-40 anni, dunque cerchiamo di avere una vita non solo più lunga, ma anche migliore - mi spiegò l’anno scorso il dottor Samir Sukkar, direttore dell’Unità Operativa Dietetica e Nutrizione del San Martino di Genova - per arrivare sani a 90 anni è necessario consumare cibi che non abbiano effetti degenerativi e portino benefici a lungo termine”. Insomma, visto che la nostra “macchina” dura più a lungo, dobbiamo fare sì che resti efficiente più a lungo. Appunto con le verdure, o con i cibi che dalle verdure derivano.

Sì, ma che c’entra il coronavirus? C’entra, perché le statistiche confermano che proprio il diabete, l’ipertensione e altri disturbi di questo tipo hanno portato alle forme più gravi della Covid-19: secondo l’americano CDC, il Center for Disease Control, il 49% delle persone finite in ospedale per la pandemia soffriva di ipertensione, il 48% era sovrappeso e il 28% aveva il diabete.

Numeri che valgono non solo per gli Usa, ma anche per altre parti del mondo, così come valgono uguale quelli sull’andamento delle vendite e sul confronto fra carne e non-carne, richiestissima a Singapore, in Cina e in altre zone dell’Asia. Insomma, le persone stanno capendo che un modo diverso di mangiare è possibile, che non sono più gli anni Novanta, quando di alternative non ce n’erano, o ce n’erano poche e pure poco gradevoli al palato, e che seguire una dieta vegana o vegetariana non vuol dire mangiare erba e insalate e basta.

I wet-market, i pangolini e la sfiducia verso la carne

Infine: il coronavirus c’entra perché è dai prodotti di derivazione animale e dagli allevamenti che si sarebbe generato. Non è (solo) colpa della Cina e dei cosiddetti wet-market, come si sente dire spesso in Occidente: in Oriente, i mercati di animali selvatici sono sempre esistiti, ma dagli anni Novanta in poi hanno avuto sempre meno spazio.

Fisicamente meno spazio: ogni anno la Cina produce quasi 90 milioni di tonnellate di carne, più o meno il doppio degli Stati Uniti (il dato è della FAO), destinata al mercato interno e all’esportazione. Per produrla serve spazio, tantissimo spazio, per gli allevamenti, per gli impianti di macellazione, per quelli di lavorazione. Spazio che i grandi gruppi industriali hanno sottratto (anche) ai piccoli produttori di carne “alternativa”, che, come raccontato dal Guardian lo scorso marzo, sono stati costretti a spostarsi in zone prima selvagge, nei boschi, nelle foreste: hanno messo in piedi gli allevamenti di pangolini e altri animali del genere, che poi vendono nei wet-market. Ed è probabilmente laggiù, ai margini, che un pipistrello (l’animale in cui si sarebbe sviluppato il Coronavirus) e un pangolino sono entrati in contatto, facendo mutare il virus e permettendogli di fare il cosiddetto “salto di specie” verso gli umani.

E quindi? E quindi, il punto non è che «i cinesi devono smettere di mangiare quelle schifezze che mangiano», è che forse dovremmo farlo pure noi, perché le mega-fattorie che si trovano in Cina (alcune con oltre 100.000 capi di bestiame), quelle che hanno spinto i piccoli produttori ai confini della società con le conseguenze che abbiamo visto, producono pure per noi occidentali e anche dai capitali occidentali sono sostenute. Insomma: se anche noi la smettessimo con la domanda, l’offerta calerebbe di conseguenza.

È anche per questo che sta aumentando la sfiducia dei consumatori nei confronti di questi prodotti e di chi li porta nei supermercati, nelle nostre case, nei nostri piatti. Ed è per questo che il 2020 ha la possibilità di essere l’anno della svolta.

Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

Illustrazione di Davide Abbati.

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