Abbiamo visto Seaspiracy, il documentario di Netflix sulla salute del mare (che non se la passa bene)

In occasione della Giornata dell’Acqua, abbiamo visto in anteprima il film dedicato allo stato di salute del mare, che parte dalla baia giapponese di Taiji e arriva a conclusioni piuttosto fosche

Come sta il mare? Bene ma non benissimo, per usare un’espressione dei nostri tempi, parecchio condivisa sui social network. Ma più probabilmente male, se non addirittura malissimo. Chi lo dice? Più o meno tutti: chi lo frequenta per lavoro, inteso come i pescatori , le associazioni che si occupano di difesa dell’ambiente (prevedibile), ma anche climatologi e ricercatori, che hanno fatto notare a più riprese (sulla rivista Science, per esempio nello studio Reassessment of the Potential Sea-Level Rise from a Collapse of the West Antarctic Ice Sheet) che il costante aumento della temperatura del mondo, con il conseguente scioglimento dei ghiacci e il riversarsi negli oceani di acqua dolce e fredda, porterà non solo a un brusco innalzamento del livello del mare, ma pure ad alterare le correnti che in qualche modo regolano l’equilibrio della Terra, anche rendendo arida e inospitale l’Europa centro-settentrionale.

Ma lo dice pure l’Onu, che come abbiamo ricordato l’anno scorso parlando dell’importanza del pesce vegetale, aveva ribadito che “quasi il 90% delle riserve marine di pesce nel mondo sono state sfruttate totalmente, anche oltre le loro capacità, o sono totalmente esaurite”. Adesso lo dice anche il documentario Seaspiracy, disponibile in Italia su Netflix dal 24 marzo, che la redazione del Cucchiaio ha potuto guardare in anteprima. Vederlo è un po’ come vedere The Social Dilemma, il film sull’influenza dei social network nelle nostre vite: è un po’ come prendere una sberla in faccia e alla fine pensare “oddio, ma davvero le cose stanno così?”.

Abbiamo cercato di guardare il film con occhio più obiettivo e distaccato possibile e proveremo a rispondere a questa domanda raccontando di che cosa parla Seaspiracy, che ha un titolo simile a Cowspiracy, il documentario sull’impatto inquinante degli allevamenti di animali (tema che abbiamo affrontato in Quello che mangiamo è quello che inquiniamo) finanziato dall’attore Leonardo DiCaprio, perché è prodotto dalle stesse persone.

Balene, delfini e l’equilibrio del mare

Gli autori, Ali e Lucy Tabrizi, partono dall’inquinamento causato dalla plastica e dalla morìa di balene negli oceani per allargare gradualmente lo sguardo ai mali più grandi di cui sta soffrendo il mare. Sulle prime due questioni, poco da contestare: sulla plastica basta l’esempio della nota “isola di spazzatura” dell’oceano Pacifico, non sempre nello stesso punto a causa delle correnti e per lo stesso motivo non sempre grande uguale, ma comunque grande come la Spagna e il Portogallo messi insieme (quando è piccola); sulle balene basta ricordare che agli inizi del ‘900 nel mondo ce n’erano circa 2,6 milioni e che adesso ce ne sono circa 800 mila.
Il grafico rappresenta il numero di balene uccise, nel mondo, dal 1900 al 2015.
Da questi due punti, Seaspiracy passa a parlare della caccia agli squali per mangiarne le pinne e della caccia ai delfini che si verifica una volta l’anno nella baia giapponese di Taiji, con immagini cruente e piuttosto rare di un avvenimento che ogni volta provoca proteste e sdegno internazionale, anche intervistando Richard O’ Barry, ex addestratore e successivamente fondatore di Dolphin Project. Anche qui, nulla o ben poco da contestare: quello che viene raccontato è in effetti quello che succede davvero.

Allargando ancora lo sguardo, gli autori del documentario approfondiscono l’importanza dei grandi predatori acquatici per l’ecosistema del mare e pure per quello delle terre emerse e poi iniziano a parlare della pesca, di quella indiscriminata e a strascico, di quella definita “sostenibile” e di quanto lo sia davvero, della cosiddetta “pesca accidentale”, cioè dei pesci che finiscono per sbaglio nelle reti destinate ad altri pesci, dello sfruttamento del lavoro nei Paesi più poveri e anche degli allevamenti, come quelli dei salmoni in Scozia e in altre parti del mondo. Ed è qui che le cose iniziano a farsi difficili (oltre che piuttosto impressionanti). Perché? Perché l’industria della pesca, come anche quella della carne, muove interessi milionari, se non addirittura miliardari: riceve sovvenzioni dai governi, dà lavoro a tantissime persone e anche è una delle fonti principali della nostra alimentazione. Dunque è difficile distinguere bene che cosa sia vero davvero e che cosa sia, se non falso, quanto meno esagerato. Perché gli interessi in gioco sono enormi e dunque le opinioni possono essere condizionate. E condizionabili.

I problemi della pesca (e degli allevamenti)

Per esempio: è vero che nei mari ci sono sempre meno pesci? In effetti , e non perché lo dicono quelli di Seaspiracy ma perché (di nuovo) lo dicono più o meno tutti, compresi quelli che lo pescano e che paradossalmente avrebbero più interesse a dire “non c’è alcun problema, continuiamo a fare come abbiamo sempre fatto”. Ma anche sì perché lo dice il buon senso: i pesci non sono infiniti e se dal mare continuiamo a prenderne sempre di più e a mangiarne sempre di più (nel mondo si superano le 170 milioni di tonnellate l’anno e la curva è in continua crescita), quello che succederà in futuro è abbastanza prevedibile. E infine sì perché la scarsità della materia prima è la ragione principale per cui a livello mondiale ormai si mangiano più pesci d’allevamento che pescati (il sorpasso è avvenuto nel 2013) e perché anche in un Paese circondato dall’acqua come l’Italia la differenza fra i due tipi di produzione si sta progressivamente assottigliando. Perché la domanda (nostra) supera decisamente l’offerta (del mare).
A proposito degli allevamenti: sono davvero la soluzione ideale, perché permettono di avere il pesce che serve e anche di non alterare gli equilibri del mare? No, sia perché come base per il mangime dei pesci allevati si usano pesci pescati (che sembra assurdo ma è vero, come spiega qui il governo americano), sia perché negli allevamenti in mare sta succedendo più o meno quello che succede negli allevamenti sulla terra. Inteso come industrializzazione, ritmi di crescita super accelerati per massimizzare la resa economica, tanti (tantissimi) animali in spazi ristretti, alta trasmissibilità delle malattie (come vi abbiamo spiegato in Aviaria, Sars, Mers, Covid 19. Ecco perché tutte le epidemie sono nate negli allevamenti) e altri problemi del genere, che anche in questo caso si riflettono sulla qualità del cibo che finisce nei nostri piatti, come a fine 2019 raccontò la trasmissione Report nell'inchiesta Muto come un pesce.

La giusta via di mezzo sembra dunque la cosiddetta “pesca sostenibile”, quella che esclude prede accessorie, che tutela i delfini e rispetta quote e dimensioni del pescato. Che però sarebbe inesistente, almeno secondo quanto teorizzato dagli autori del documentario. Perché? Per esempio, perché per stabilire che nessun pesce è stato catturato o ferito per sbaglio ci si basa solo sulla parola dell’equipaggio del peschereccio o sul lavoro di pochi osservatori, che chiaramente non possono essere dappertutto e su tutte le imbarcazioni. Quindi i dubbi su come vengono assegnate le etichette che certificano il rispetto delle regole (che in Italia sono queste) sono in effetti leciti, come nella parte iniziale di Seaspiracy conferma un esponente dell’Earth Island Institute, una no-profit che le assegna. Vero pure che il Marine Stewardship Council, il più noto fra gli enti che sostengono la pesca indipendente, sia stato fondato da Unilever, la multinazionale che sino a qualche anno fa controllava la Findus.

Le teoria: dovremmo mangiarne di meno (o per nulla)

Alla luce di tutto questo (e di molto altro ancora), la conclusione degli autori del documentario è abbastanza prevedibile: dovremmo smettere di mangiare pesce, o comunque mangiarne molto meno, per permettere al mare di riprendersi, perché non ce la sta facendo più a sostenere i ritmi che gli stiamo imponendo.

È vero? È vera questa cosa? È vero che se continueremo così i nostri mari saranno vuoi entro una trentina d’anni? Difficile rispondere con certezza, perché qui si esce dal campo dei numeri e si entra in quello delle stime e delle probabilità. E però è abbastanza vero che c’è qualcosa che non va, che nel Mediterraneo sicuramente non c’è più pesce a sufficienza per tutti quelli che vorrebbero mangiarlo, che se vogliamo avere il salmone in tavola tutti i giorni invece che solo a Natale (come accadeva 20-25 anni fa) da qualche parte quel salmone deve arrivare e pure che sta finendo lo spazio per produrre tutta la carne che vorremmo mangiare. Quindi, senza entrare nelle scelte personali di ognuno, forse sarebbe davvero il caso, se non di rinunciare, almeno di ridurre, di mangiare meno e farlo in maniera più responsabile, perché davvero la produzione di cibo dagli animali inizia a essere insostenibile per la Terra.

Sul Cucchiaio ne abbiamo scritto più volte negli ultimi mesi, parlando di dieta sostenibile, segnalando regimi alimentari alternativi e dando consigli su come provarli: continueremo a farlo perché crediamo sia giusto parlarne al di là delle opinioni dei singoli, perché riguardano un cambiamento che è in atto nella nostra società e anche perché “nessuno può fare tutto da solo, ma tutti possono fare qualcosa”, come dice la celebre oceanografa Sylvia Earle alla fine di Seaspiracy.

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Alcune immagini tratte dal documentario di Netflix Seaspiracy
Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.