Aviaria, Sars, Mers, H1N1, Covid-19: ecco perché tutte le epidemie più pericolose sono nate negli allevamenti
Dall’inizio degli anni Duemila, ogni 5-10 anni una malattia molto contagiosa e pericolosa fa il “salto di specie” dagli animali all’uomo: perché succede? Soprattutto, come possiamo difenderci?

L’influenza aviaria e la Sars, poi la Mers, con la H1N1 nel mezzo, adesso la Covid-19: più o meno ogni 5-10 anni, con frequenza crescente fra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila, un’epidemia (se non una pandemia) piuttosto importante e pericolosa colpisce la specie umana. Sono malattie che tornano ciclicamente e che pure hanno parecchi tratti in comune fra loro. Intanto, sono “influenze” e colpiscono prevalentemente le vie respiratorie, come dice anche il nome di alcune di loro: Sars sta per “Severe acute respiratory syndrome” (in italiano, “grave sindrome respiratoria”), così come Mers significa “Middle-East respiratory syndrome” e pure la sigla Sars-Cov-2, che è il nome esatto del coronavirus che provoca la Covid-19, deriva dalle medesime parole.
Etimologia a parte, c’è un’altra caratteristica condivisa fra queste epidemie e che è ormai difficile non notare: sono tutte nate dagli animali e poi hanno fatto il cosiddetto “salto di specie” verso l’uomo. Più precisamente: sono tutte nate negli allevamenti di animali, dove viene prodotta la carne che poi mangiamo. E poi hanno fatto il “salto”.

L’aviaria più nota, quella legata al virus H5N1, si è generata a fine 2003 negli allevamenti di polli nel Sud-Est asiatico e nei 2 anni successivi ha colpito gran parte di Asia ed Europa; più o meno nello stesso periodo, i primi casi di Sars si sono verificati in alcuni allevamenti nella provincia cinese del Guangdong; nel 2009, la cosiddetta “febbre suina” si è sviluppata fra i maiali allevati in Messico, ha colpito la specie umana e poi si è diffusa nel mondo; nel 2013 è stata la volta della Mers (partita dall’Arabia Saudita) e 6-7 anni più tardi della Covid-19.

Perché succede, i pipistrelli e la vendetta della natura

Insomma: sono tutte zoonosi, cioè malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo, attraverso contatto diretto oppure no (fra quelle più comuni ci sono rabbia, toxoplasmosi, “mucca pazza” e antrace). Che lo siano, che la loro genesi sia questa, è scientificamente dimostrato e poco discutibile, così come è dimostrata la loro pericolosità: secondo un report dell’Organizzazione mondiale della Sanità, già prima del coronavirus che stiamo affrontando ora, hanno provocato nel mondo circa un miliardo di contagi e quasi 2 milioni di morti.

Capito questo, restano da capire le ragioni. Perché gli allevamenti di mucche, polli, pecore, capre, maiali e simili, sono così pericolosi? Lo sono per l’uso esagerato che ne facciamo adesso, perché la domanda di carne è sproporzionata rispetto all’offerta, e dunque l’offerta continua a crescere: sul Cucchiaio abbiamo già spiegato come la produzione di carne sia aumentata drasticamente prima negli anni ‘60 e poi ancora nei ‘90 (nell'articolo Quello che mangiamo è quello che inquiniamo), con quasi 28 miliardi di capi di bestiame usati per produrre ogni anno quasi 400 milioni di tonnellate di carne rossa e bianca nel mondo. Il problema sta qui: per tutti questi animali serve spazio, questo spazio viene tolto alla natura e agli animali selvatici (è quello che sta accadendo in Amazzonia), che secondo gli scienziati sarebbero veicolo di più o meno 1,7 milioni di virus ancora sconosciuti e in grado di infettare l’uomo. Peggio ancora: secondo un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Nature e condotto da Kate Jones insieme con un gruppo di ricercatori dell’University College di Londra, che hanno esaminato 6.800 comunità ecologiche in tutti i continenti, la deforestazione favorisce la scomparsa degli animali meno pericolosi per la nostra specie, lasciando sopravvivere quelli potenzialmente più dannosi. Quelli che portano i virus. E visto che è impossibile lavorare a compartimenti stagni, nonostante che vengano messe in piedi molte contromisure, succede che questi virus passino dagli animali selvatici agli animali da fattoria e poi dagli animali da fattoria all’uomo. Succede spesso, più o meno una volta ogni 5-10 anni.

L’origine dell’ultimo coronavirus lo ha in qualche modo confermato (a meno che non si voglia dare la colpa al 5G, a Bill Gates o a non meglio precisati “poteri forti”): come scrivemmo sul Cucchiaio all’inizio dello scorso giugno (con il pezzo Il 2020 il boom della carne vegetale), in Cina la super-produzione di carne destinata al mercato interno e all’esportazione ha tolto spazio a quella del cibo “alternativo” venduto nei cosiddetti wet-market, i cui produttori sono stati costretti a spostarsi in zone prima selvagge, dove hanno rimesso in piedi gli allevamenti di pangolini e altri animali del genere. Ed è probabilmente in queste zone di confine che un pipistrello (l’animale in cui si sarebbe sviluppato il coronavirus) e uno di questi animali sono (forse) entrati in contatto, facendo mutare il virus e permettendogli di contagiare gli umani.

E no, non è colpa dei cinesi e “di quella roba lì che mangiano loro”: l’aviaria è nata dagli allevamenti di polli, l’H1N1 in quelli di maiali. E polli e maiali li mangiamo pure noi.

Il grafico Our World in Data mostra la crescita del consumo di carne

Perché succede, l’incubatore di malattie

L’altro problema sono le condizioni in cui si trovano i due principali gruppi di “abitanti” degli allevamenti: gli animali e le persone che lavorano con loro.

Partiamo dai primi: allevati, nutriti, cresciuti e poi macellati in una gigantesca catena di montaggio, negli anni sono stati selezionati, ottimizzati, incrociati fra loro come qualsiasi altro prodotto. Che succede quando si fa questo a un essere vivente? Che il patrimonio genetico si impoverisce, le difese immunitarie si abbassano, l’organismo si indebolisce. Non solo questi animali stanno fisicamente ammassati gli uni altri altri, in condizioni igieniche spesso precarie, ma pure sono praticamente identici gli uni altri altri: se un virus entra nell’allevamento e ne colpisce uno, facilmente li colpirà tutti, non trovando alcuna resistenza. Come in un gigantesco incubatore di malattie.

Quanto a chi lavora in questi impianti, parte del problema è simile, come di nuovo ha dimostrato l’attuale coronavirus: la (nostra) domanda di carne è talmente alta che le aziende cercano di avere più dipendenti possibile lungo questa catena di montaggio, dalla nascita alla macellazione dei capi di bestiame, attaccati gli uni agli altri, con poche pause e poche possibilità di allontanarsi, con turni che durano anche 10-12 ore (lo dice l’americano Cdc), con buona pace del distanziamento e delle più basilari norme sanitarie. Come ha confermato quanto accaduto nei mattatoi in Germania e negli Stati Uniti, se un virus colpisce qualche dipendente, è facile che altri vengano rapidamente contagiati.

Che cosa possiamo fare perché non risucceda

E quindi che si fa? Le soluzioni non sono moltissime: si può smettere praticamente del tutto di produrre e mangiare carne, oppure (più facile) farlo in modo diverso, inteso come produrla in modo differente e anche come mangiare altro.

Negli ultimi anni, prima nel 2011 e poi di nuovo nel 2020, l’Unione europea ha pubblicato due documenti, uno incentrato sulla gestione delle biodiversità e un altro sulla strategia Farm to Fork (Dall’allevamento al piatto) che fanno parte del cosiddetto Green New Deal di cui tanto si parla pure negli Stati Uniti e che comprende una serie di mosse per produrre meno carne e farlo in maniera più etica, più rispettosa degli animali (selvaggi e non), pure più attenta all’ambiente e sostenibile sul lungo periodo.

La tecnologia e il progresso possono aiutarci: sono sempre di più gli allevamenti e gli impianti di macellazione che usano robot al posto delle persone, cosa che ha riflessi positivi sulla riduzione del rischio di contagi animale-uomo e uomo-uomo, e anche aumentano gli imprenditori che stanno cercando fonti proteiche diverse, come gli insetti, che hanno necessità di molto meno spazio per crescere (come descritto nell'articolo Robot nei mattatoi e piantagioni di grilli coltivati), o sono quasi pronti per creare le bistecche con le stampanti 3d, partendo da ingredienti vegetali oppure dalle cellule delle mucche (lo raccontiamo in Il futuro della non carne passa dalle stampanti 3d).

Quello che possiamo fare noi, come singole persone, è iniziare a ridurre il consumo settimanale di carne, facendo calare la domanda e di conseguenza pure l’offerta, così da rendere inutili i giganteschi allevamenti da 10-20-100mila capi di bestiame, integrando la nostra dieta con più prodotti di origine vegetale, se non addirittura cambiando regime alimentare, magari provando a diventare reducetariani o flexitariani (vi abbiamo spiegato come farlo in Reducetariani, vegetariani, vegani: le 8 diete alternative più diffuse e il caso (tragico) di Steve Jobs )

Oppure possiamo continuare così, però consapevoli del fatto che fra 2025 e 2030 qualcosa del genere accadrà ancora. E no, non potremo dare di nuovo la colpa a Bill Gates...

Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

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