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Falanghina

Falanghina
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Pubblicato il 11.11.2020

STORIA

Il nome Falanghina sembra derivare direttamente dal latino falanx, una parola che ha vari significati tra cui palo o pertica: un’ipotesi che va per la maggiore è quella che attribuisce il nome all’uso di coltivare la Falanghina su spalliere molto alte, sostenute da lunghi pali. Tale ipotesi trova conferma nel fatto che una tecnica simile è tuttora in uso in alcune vecchie vigne nella zona del Lago d’Averno, nei Campi Flegrei; è qui che si possono ammirare, in effetti, scorci di un paesaggio agrario che ci riportano molto indietro nel tempo, alla Roma antica, quando la “Campania felix” era, come scrive lo storico del vino Hugh Johnson riferendosi a Pompei, “la Bordeaux dell’epoca”, celebrata nel patriziato della capitale per l’eccellenza dei suoi vini.

Su questi suoli di sabbie vulcaniche la vite cresce indenne dalla fillossera (un insetto nemico della vite), per cui viene tuttora coltivata su “piede franco”, cioè con le proprie radici, senza ricorrere all’innesto su vite americana.

La Falanghina e il Piedirosso (detto anche per’ e palummo, zampa di colombo) sono i due vitigni autoctoni per eccellenza, bianco il primo e nero il secondo, ed entrambi si suppongono antichissimi, anche se le prime citazioni scritte del nome Falanghina, riferito alla zona di Pozzuoli e dei campi flegrei, compaiono a partire dal sedicesimo secolo.

In realtà sotto il nome Falanghina si indicano oggi due vitigni diversi, originari di zone diverse della Campania: la Falanghina flegrea, che è quella di cui abbiamo parlato finora, e la Falanghina di Bonea o del Sannio, che è la più diffusa. 

Falanghina

TERRITORIO

Vitigni diversi per territori diversi: suoli vulcanici e clima mediterraneo per il Campi Flegrei, suoli argillosi e clima appenninico, più fresco e piovoso (e nevoso d’inverno) per il Sannio. 

La Falanghina flegrea è rimasta un vitigno confinato nella sua zona di origine, quella dei Campi Flegrei, a nord di Napoli: terreni piuttosto profondi e fertili nelle zone pianeggianti, dove i vigneti si alternano a coltivazioni di pregiati ortaggi, più magri in collina.

La Falanghina del Sannio, coltivata originariamente in alcuni paesi della provincia di Benevento, ha avuto invece, come vedremo, notevole espansione, trainata da un certo successo commerciale e dalla versatilità del vitigno: si adatta bene ad ambienti di collina e bassa montagna, ma anche in climi più caldi può dare buoni risultati per la sua capacità di mantenere, a maturazione, una vibrante e fresca acidità.

TIPOLOGIE

La Falanghina flegrea è alla base dei vini DOP Campi Flegrei Falanghina e Campi Flegrei Bianco (in questo secondo vino la Falanghina può essere tagliata con altri vitigni fino al massimo al 40%); la zona è quella del golfo di Pozzuoli e include anche l’isola di Procida (comuni di Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto e parte di quello di Marano, tutti in provincia di Napoli). Oltre al vino bianco secco il disciplinare prevede una versione spumante e una versione passito

Ben più ampie sono le aree appenniniche della Campania dove si coltiva la Falanghina in quota (in questo caso quella del Sannio). La DOP Falanghina del Sannio copre l’intera provincia di Benevento, e anche qui sono previste le versioni spumante e passito; il vitigno si adatta bene a entrambe le lavorazioni per la sua ricca acidità e per il grappolo piuttosto “spargolo” (il termine sta a significare che nel grappolo gli acini sono abbastanza distanziati per far circolare l’aria e questo facilita l’appassimento e riduce il rischio di marciumi).

Nel Sannio si sono individuate poi alcune “sottozone” considerate di particolare pregio per la Falanghina: Solopaca, Guardia Sanframondi (in etichetta Guardiolo), Sant’Agata dei Goti e Taburno.

La coltivazione della Falanghina si è estesa negli ultimi decenni nella confinante provincia di Avellino, dove è tutelata dalle DOP Irpinia Falanghina e Irpinia Falanghina spumante.

Restando ancora in Campania, in provincia di Caserta troviamo la Falanghina nelle DOP Falerno del Massico bianco e Galluccio e la IGP Terre del Volturno.

Più limitata è la presenza del vitigno nel Salernitano, la troviamo nelle DOP Costa d’Amalfi e nella IGP Colli di Salerno, mentre è per lo più utilizzata in assemblaggio con altri vitigni nei vini vesuviani e della penisola sorrentina. 

Fuori dalla Campania vi sono vigneti in Basilicata, Molise, Puglia e Calabria e in generale in tutto il Sud l’interesse per la Falanghina è in crescita. 

Falanghina

ASPETTO, ODORE, SAPORE

Ci sono vini che dividono i consumatori tra chi li ama e chi non li ama: non è il caso della Falanghina. Infatti parliamo di vini generalmente “facili da capire” ma non per questo banali, capaci di trasmettere una piacevolezza immediata, floreale e fresca.

La maggior parte dei vini a base Falanghina sono disponibili sul mercato nella primavera successiva alla vendemmia, ma la loro struttura consente un’evoluzione positiva in bottiglia e una buona tenuta nel tempo.

Il colore è paglierino, a volte sfumato di verde. I profumi sono delicati, si citano spesso i fiori bianchi, la ginestra, la mela verde, e le sfumature minerali, tipo pietra bagnata.

In bocca deve essere una sferzata di freschezza. Caratteristica che ritroviamo amplificata nelle versioni “bollicine”: la Falanghina è uno dei vitigni italiani che meglio si prestano alla spumantizzazione, sia con metodo classico che con metodo Martinotti.

Falanghina

ABBINAMENTI A TAVOLA

A Napoli, ma non solo a Napoli, un calice di Falanghina è sempre un apprezzato aperitivo da accompagnare con qualche stuzzichino o un ottimo complemento dei magnifici cibi di strada locali come pizzelle e fritture. Si sposa felicemente con piatti di pesce delicati, dove serve un vino che accompagni e completi senza prevaricare.   

a cura di Maurizio Gily, agronomo ed esperto di enologia

Credit foto: Antonio Citrigno

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