Negli anni Sessanta la storia pubblica incontra quella domestica. A Rieti, un cuoco e insegnante, Adelmo Renzi, immagina una torta ispirata a quel fiore. Sta preparando, con i suoi studenti dell’Istituto alberghiero, un concorso di pasticceria a Sanremo. È tempo di mimose e ad Adelmo piace il giallo. Conosce bene gli ingredienti della sua terra e li combina in modo semplice e sapiente. Nasce così un dolce essenziale: pan di Spagna soffice, crema vellutata, cubetti sbriciolati in superficie a evocare i grappoli del fiore, già simbolo della Giornata della donna. Sembra che Adelmo l’abbia creata pensando alla moglie e alle tre figlie.
A Sanremo arriva secondo. Ma, come spesso accade nella città dei fiori, non è sempre il primo a restare nella memoria.
La torta entra nel Ristorante del Teatro Flavio, la cui sala confina con il foyer: durante l’intervallo degli spettacoli viene servita al pubblico. Quando il ristorante chiude nel 1989, nel rimpianto generale, la mimosa sembra destinata a restare un ricordo cittadino.
Tutto tace più o meno fino al 2015, quando una troupe della televisione nazionale giapponese contatta la famiglia per realizzare un programma dedicato alla torta, omaggio a un fiore amatissimo in Giappone. Il documentario riaccende l’orgoglio locale e riporta l’attenzione su quella storia. Così nel 2018 le sorelle, anche su pressione della cittadinanza, riaprono la torteria, riportando la mimosa al centro della scena.
La torta mimosa, interpretata in modo diverso dai più celebri pasticceri, ha un valore che non sta solo nella ricorrenza. Sta nel gesto artigianale che la rinnova, nella memoria familiare che custodisce.
E ogni anno l’8 marzo torna una domanda sottile: che cosa stiamo davvero celebrando?