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Sostenibilità

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Sostenibilità

Le start-up di alternative vegetali che stanno diventando unicorni. Sai cosa vuol dire?

Due start-up di cui sul Cucchiaio parlammo l’anno scorso stanno per diventare aziende a tutti gli effetti: una crea la carne dall’aria, l’altra prepara il latte con l’intelligenza artificiale.

31/03/2021

Lo scorso novembre, quando fra le 7 start-up del cibo da tenere d’occhio abbiamo inserito anche Air Protein, una piccola azienda americana che vuole creare la carne dall’aria, probabilmene ci avete letti con un po’ di scetticismo e un sopracciglio alzato. O forse anche con tutti e due. E invece…

E invece, non solo Air Protein è ormai riconosciuta fra le compagnie più innovative nel già innovativo settore delle alternative vegetali ai prodotti di derivazione animale, non solo ha dato vita a un’ampia schiera di “imitatori” e concorrenti, ma a gennaio ha pure raccolto oltre 30 milioni di dollari di finanziamenti che la fondatrice, la giovane scienziata afroamericana Lisa Dyson, vuole utilizzare anche per iniziare la produzione. Della carne dall’aria, s’intende. La start-up ha sede a Pleasanton, in California, e quello che vuole fare sembra fantascienza, ma è scienza: utilizzare l’anidride carbonica per alimentare una famiglia di batteri chiamati idrogenotrofi, fare loro produrre le proteine attraverso la fermentazione e poi usarle come base per creare (probabilmente attraverso una stampante 3d) vari tagli di carne. È una vecchia idea della Nasa, pensata una cinquantina di anni fa per nutrire gli astronauti durante i viaggi nello Spazio (ma come si mangia lassù, oggi lo sappiamo e lo abbiamo visto in Come si mangia nello Spazio e come mangeremo su Marte: i segreti degli astronauti e di chi gli prepara il cibo), che con le attuali tecnologie può davvero diventare realtà.

Con due vantaggi supplementari: viene utilizzata l’anidride carbonica, un elemento pericoloso e altamente inquinante, per creare qualcosa di buono e utile, e considerato che, oltre all’aria, sono necessarie poche altre risorse (come acqua e terreno), il processo produttivo può essere avviato e portato a termine praticamente ovunque nel mondo.

L’unicorno NotCo e il latte fatto dall’intelligenza artificiale

Un’altra azienda che l’anno scorso fece molto parlare di sé (sul Cucchiaio ne scrivemmo già a luglio in Pesce di banana, patatine di salmone, latte fatto dall'IA e altri cibi assurdi che puoi già mangiare), che allora era piccola e oggi non lo è più tanto, è la cilena NotCo. Il nome sta per Not Company, ed è la Compagnia del Non perché produce soprattutto il NonLatte, cioè latte che non è vaccino, ma è composto da ingredienti vegetali. Per farlo, la compagnia si fa aiutare dalle capacità di elaborazione di un’intelligenza artificiale, in grado di trovare in natura le molecole che combinate insieme possano creare un liquido che abbia l’aspetto, la consistenza e il sapore del latte. Senza passare da una mucca, però.

Perché NotCo non è più tanto piccola? Per almeno 3 motivi: perché la sua “formula segreta” è ora protetta da un brevetto negli Stati Uniti, perché ha appena raccolto 100 milioni di dollari di finanziamenti e fra i sostenitori c’era anche Jeff Bezos, il miliardario fondatore di Amazon, e perché ha stabilito un accordo con la catena di supermercati Whole Foods (di proprietà di Bezos, fra l’altro) per iniziare la vendita del NotMilk negli Stati Uniti.

Inoltre, l’azienda creata da Matias Muchnick sta per diventare un unicorno. Con questo termine s’intendono quelle start-up non ancora quotate in Borsa che in un arco di tempo relativamente breve riescono a raggiungere la quotazione di 1 miliardo di dollari: nel passato recente, sono stati "unicorni", per esempio, Airbnb, Uber e Xiaomi, ma ancora più indietro, pure Apple, Facebook e Google. Oggi NotCo vale circa 300 milioni di dollari, ma ha annunciato per il 2021 l’intenzione di quintuplicare la produzione e quadruplicare le vendite, cosa che secondo le stime la porterebbe a triplicare la sua valutazione. Facendola diventare un unicorno, appunto.

Il grande 2020 delle alternative vegetali

A parte questi due casi clamorosi, l’anno appena passato, difficilissimo per tutti e molto complicato per tantissime attività commerciali, è stato in realtà un grande anno per i produttori delle cosiddette “alt protein”, cioè le alternative plant-based al cibo prodotto partendo dagli animali (sul Cucchiaio lo avevamo ricordato qui Sì, il 2020 è stato davvero l’anno della non-carne: ecco perché ora la fanno tutti e che cosa succederà dopo): secondo una ricerca pubblicata a metà marzo dal Good Food Institute, nel corso del 2020 nel settore sono stati investiti oltre 3 miliardi di dollari, cioè il triplo rispetto all’anno precedente e più del totale di tutti gli investimenti nel campo negli ultimi 10 anni. Che è poi il motivo per cui in questo business adesso vogliono entrare tutti, anche quelli che prima lo snobbavano…

 

 

 

Immagine di apertura NotCo

Emanuele Capone

Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

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