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Ripartiamo dalle api: ecco perché ci insegnano a essere migliori

Comunicazione, cooperazione e rispetto: tre parole chiave della società delle api che potremmo fare nostre per vivere meglio tutti insieme. Un motivo in più per contribuire alla salvaguardia di questo insetto così importante per l'ecosistema

22/04/2021

Per fare un prato ci vuole del trifoglio e un’ape/del trifoglio e un’ape e i sogni a occhi aperti/ e se saranno poche le api basteranno i sogni”. Così scriveva nella seconda metà dell’800 la poetessa inglese Emily Dickinson non potendo immaginare che, tre secoli dopo, garantire la presenza delle api (protagoniste di molti suoi versi) sarebbe diventata fondamentale per la nostra esistenza tanto quanto lo sono i sogni.

La moria delle api (e con loro quella degli insetti impollinatori) è uno dei segni della crisi ecologica che sta caratterizzando la nostra epoca, come vi spieghiamo nell’articolo Gli impollinatori, indispensabili alleati di cui non possiamo fare a meno. Perché è necessaria una sensibilizzazione globale nei confronti della situazione di difficoltà in cui versano questi insetti? Perché attraverso la tutela della loro organizzazione e dei loro comportamenti, non solo si contribuisce alla sopravvivenza dell’ecosistema, come si evince bene nel pezzo Food for Future, così il WWF sposta l’attenzione sul cibo nella lotta per difendere l’ambiente, ma anche perché è possibile fare una riflessione su come si potrebbe migliorare la nostra società, dando uno sguardo, prima, a quella delle api. Lo abbiamo fatto con la guida del professor Francesco Nazzi, autore dell’interessante volume In cerca delle api: viaggio dall’alveare all’ecosistema (Hoepli, 2020).

La società delle api

Come indicato dal WWF in un editoriale pubblicato in occasione della Giornata Mondiale della Terra 2021, nel mondo si contano circa 20.000 specie di api e l’Italia, con le sue 944, può vantare una delle faune apistiche più ricche in base alla superficie del territorio. La specie più conosciuta è l’Ape mellifera, quella allevata dagli apicoltori che ci garantisce la produzione di miele e altri prodotti come il propoli, la pappa reale, il polline e la cera.

Le api sono degli insetti sociali che vivono in una colonia chiamata alveare: questo, al massimo della sua popolazione, raggiunge i 50.000 individui. All’interno dell’alveare esiste un’organizzazione molto precisa, che prevede la divisione dei suoi abitanti in tre figure fondamentali, ciascuna con ruoli ben codificati, al fine del bene collettivo.

1 - L’ape regina: una sola per alveare, ed essendo l’unica femmina feconda ha il compito di deporre le uova. Vive dai 3 ai 5 anni.

2- Le api operaie: sono nell’ordine delle migliaia, femmine ma sterili, quindi non si riproducono e fanno tutti i lavori necessari alla sopravvivenza della colonia. Anche le mansioni sono determinate a seconda dell’età dell’ape. La vita di un’ape operaia dura 30/40 giorni: da giovani (ovvero nelle prime tre settimane) si occupano soprattutto di ripulire le cellette, nutrire le larve, costruire e difendere il nido. Poi quando sono ormai esperte diventano bottinatrici, ovvero vanno all’esterno a cercare polline, nettare, acqua fino a quando muoiono.

3- I fuchi: maschi, sono poche centinaia. Si accoppiano con le regine degli altri alveari. Vivono circa due mesi.

Una curiosità: come fa l’ape regina a vivere così tanto più a lungo rispetto alle operaie nonostante il comune genoma? Tutto dipende dalla dieta. L’ape regina, infatti, si nutre per tutta la sua vita della pappa reale, celebre per contenere proprietà nutritive importanti (dalle vitamine agli amminoacidi essenziali), mentre le altre la mangiano solo i primi giorni, per poi passare al miele e polline, che non bastano a garantire una lunga esistenza.

Comunicare, cooperare, rispettare

All’interno dell’alveare tutto funziona alla perfezione e in questo frangente le parole chiave da tenere in considerazione sono tre: comunicazione, cooperazione e rispetto.

La comunicazione delle api affascina da sempre gli studiosi, soprattutto per la sua somiglianza alla comunicazione umana, dato che avviene attraverso simboli che devono essere interpretati (come le parole) e non per segni dal significato univoco (es. un determinato suono che significa, ad esempio, pericolo o via libera). Nel regno animale (uomo compreso), sono in pochi ad attuare questa modalità di linguaggio che nelle api si esprime con il cosiddetto “linguaggio delle danze”. Si tratta di movimenti che servono per dare una particolare informazione, ovviamente di pubblica utilità. Per esempio, le api bottinatrici che hanno trovato una fonte di cibo particolarmente interessante, una volta tornate al nido, compiono sul favo una specie di disegno a forma di otto per trasmettere alle compagne la posizione di quella fonte, la sua qualità e anche l’abbondanza. Cosa ci possono insegnare le api? Che le “parole sono importanti”, citando una famosa battuta di Nanni Moretti, e che lo scambio di informazioni dovrebbe essere sincero. Insomma, facciamo come le api: basta fake news!

Il livello di cooperazione che si trova all’interno della società delle api è altissimo. Come ci dice il professor Nazzi “questo è uno di quei casi in cui possiamo contemplare i miracoli che può produrre una collaborazione molto intensa fra degli individui”. Tanto che le api, del tutto indifese come singoli, grazie alla colonia, riescono a riprodursi, nutrirsi, proteggersi e difendersi dalle intemperie anche in un ambiente ostile. Questa cooperazione è ovviamente dettata dai loro geni, quindi le api non hanno la possibilità di scegliere come noi esseri umani, però “restano veri i benefici per il gruppo della cooperazione rispetto all’egoismo: ciò significa che se anche noi uomini optassimo per la cooperazione, soprattutto in un momento come questo, potremmo riscuotere i benefici che ne risultano”. Conclude Nazzi: “Non si vedrà mai, infatti, un’ape che trova del buon cibo e se lo mangia da sola”.

La terza parola chiave è rispetto del territorio. Il legame che si crea tra le api e il territorio che le ospita è di reciproco scambio e ciò riguarda da vicino anche noi esseri umani. L’apicoltura, come attività agricola, è una delle poche che migliora la qualità dell’ambiente nel quale viene praticata, in quanto a ottenere un vantaggio non è solo l'apicoltore che ricava il miele, ma anche le piante nei dintorni che traggono beneficio dalla presenza di questi insetti, che proprio con la loro funzione di impollinatori salvaguardano la biodiversità e migliorano la fruttificazione. Questo può essere visto come una specie di paradigma di un nuovo modo di interagire con l’ambiente: un arricchimento da ambo le parti e non l’ennesimo esempio di sfruttamento.

Musica per le nostre orecchie

Musica per le nostre orecchie

Non è un caso che uno dei libri cardine del movimento ecologista nato in America negli anni ‘60 s’intitoli Primavera silenziosa (Silent Spring scritto dalla pioniera Rachel Carson nel 1961): espressione che viene ripresa anche dal WWF per indicare proprio la scomparsa degli insetti “buoni” dalle nostre campagne e città: il ronzio delle api (ma anche degli altri impollinatori) dovrebbe essere invece musica per le nostre orecchie. A ricordarcelo è il produttore, musicista e fondatore dei Subsonica Max Casacci, che lo scorso 13 aprile ha lanciato The Queen, un video realizzato riprendendo le api all'interno delle loro arnie a sostegno della campagna europea Salviamo api e apicoltori. Nessuno strumento, ma solo il ronzio delle api a fare da sottofondo musicale. 

Come ci racconta l’artista: “Quando sono entrato nell’alveare e mi sono ritrovato in mezzo a migliaia di esserini un po’ infastiditi per l’invasione ho chiuso gli occhi: il suono delle api è ipnotico e rilassante al tempo stesso. Una sensazione che non scorderò mai”. Facciamoci caso anche noi (e non serve lanciarsi dentro il primo alveare che troviamo): quando sentiamo un’ape ronzare vuol dire che siamo ancora in tempo per salvare la Terra.

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