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SOSTENIBILITà

Forse non lo sai ma l'Italia è il primo importatore di carne di squalo al mondo

Fra il 2009 e il 2019, il nostro Paese ha comprato 89mila tonnellate di carne di squali e razze, spendendo 345 milioni di dollari. Storia di una storia che è sotto gli occhi di tutti, ma che non sapeva nessuno

19/07/2021

In Italia consumiamo quasi 9mila tonnellate di carne di squalo l’anno. Quasi novemila tonnellate ogni anno, pinne comprese. Sembra incredibile, ma non è la cosa più incredibile: il nostro Paese è il primo importatore al mondo di carne di squalo, abbondantemente davanti a quelli che di solito vengono alle mente quando si pensa agli squali.

Il dato citato all’inizio e la nostra posizione in questa poco invidiabile graduatoria arrivano dal WWF, che li ha ricordati in occasione della Giornata mondiale degli Squali, che si celebra il 14 luglio: nel periodo compreso fra il 2009 e il 2019, l’Italia è prima fra i Paesi importatori di carne di squalo per valore economico (345 milioni di dollari) e terza in termini di volume (89mila tonnellate); all’altro capo c’è la Spagna, che è il più grande esportatore al mondo (sempre fra il 2009 e il 2019, solo noi gliene abbiamo comprate 49mila tonnellate).

Capito questo dettaglio? Siamo primi per valore della carne di squalo che importiamo, ma terzi per quanto riguarda la quantità. Insomma, non solo ne compriamo tanta, ma pure la paghiamo tantissimo: la media si aggira sui 4 dollari al chilogrammo, con i filetti freschi o refrigerati che arrivano a 11 dollari/kg e le pinne addirittura a 13 dollari/kg.

Cosa intendiamo quando diciamo squalo

Al di là di numeri e cifre (più sotto ci torniamo), le prime due righe di questo testo fanno impressione perché quando si parla di squali vengono subito in mente lo storico film di Spielberg e il Grande squalo Bianco oppure il Mako. E quindi scatta il dubbio: questi animali non ci sono, nelle pescherie, nei supermercati e nei ristoranti italiani. Come facciamo a mangiarli, se non possiamo comprarli? Quelli del WWF non staranno esagerando? No, non stanno esagerando. Perché gli squali non sono solo questi.

Nella sua analisi, il WWF parla di squali e razze, che sono ad altissimo rischio di estinzione, ma il discorso regge lo stesso. Regge perché la stragrande maggioranza di questa carne importata in Italia appartiene agli squali (le razze sono appena il 4%). E regge perché le specie di squali sono tantissime (circa 120) e molte di esse sì che ci sono, nelle pescherie, nei supermercati e nei ristoranti italiani: gattuccio, palombo, spinarolo e verdesca sono tutti pesci che nel nostro Paese mangiamo regolarmente. E sono tutti squali, anche se magari non sono gli squali che mangiano in Islanda o in altri Stati circondati dagli oceani.

Questa distinzione, di cui ci sembrava corretto dare conto, non rende comunque il problema meno grave, anche perché nel problema c’è un altro problema, che riguarda pure noi e ci riguarda da vicino. È quello dei raggiri e delle frodi alimentari di cui possiamo essere vittime.

Un problema per noi, un problema per il mare

Secondo quanto spiegato dal WWF, una volta arrivati in Italia (perché importati o perché pescati accidentalmente o illegalmente) “agli squali viene rimossa la pelle per non renderli riconoscibili e farli assomigliare ad altre specie: accade molto spesso per il boccanera, che può essere venduto come gattuccio” e soprattutto “con la verdesca, a volte venduta come pesce spada”. Il problema, per noi consumatori, è che finiamo per comprare (e mangiare) un cibo diverso da quello che pensavamo di avere comprato e pagato.

Questa cosa è talmente vera che secondo la Fao, il braccio alimentare dell’Onu, in Italia si mangiano quasi 0,2 kg di carne di squalo per persona per anno (il dato è riferito al 2017), ovvero quasi il 3% del consumo totale dei prodotti di pesca e acquacoltura nel nostro Paese (oltre 30 kg l’anno per persona, dato sempre del 2017).

L’altro problema, com’è evidente, è per l’ambiente: a oggi, quasi il 40% di tutte le specie di squali e razze è a rischio estinzione e l’Unione europea sarebbe responsabile di più del 20% del commercio mondiale di carne di squalo, un business che nel 2019 è arrivato a valere 2,6 miliardi di dollari. Contandone solo la parte legale e consentita: “Consumiamo più carne di squalo e razza di quello che pensiamo, con serie conseguenze per alcune specie già a rischio  - ha spiegato Giulia Prato, responsabile Mare di WWF Italia - Si potrebbe dire che squali e razze migrano più da morti che da vivi, perché la loro carne attraversa 200 confini, con i Paesi del Mediterraneo e dell’Europa che svolgono un ruolo chiave come importatori, esportatori e consumatori”.

L’Italia contribuisce pure a questa parte del problema: squali e razze sono pescati, anche accidentalmente, nell’Adriatico settentrionale (il 36,7% del totale), al largo della Sicilia meridionale (29,1%), nel mar Ligure e nel Tirreno settentrionale (12,2%); quanto ai tipi di pesca, quella a strascico è quella che incide maggiormente (nel 78,6% delle catture), seguita da tramagli e reti da posta (17,5%) e da ami e palangari (3,8%). Nel nostro Paese, le 3 specie più pescate sono razza, palombo e gattuccio, che insieme rappresentano più del 90% del totale. Quanto a che cosa ne facciamo (oltre a mangiarle), secondo l’Onu negli ultimi 3 anni abbiamo esportato 67 tonnellate di spinaroli e altri squali congelati e 64 tonnellate di pinne, vendendole a cifre che vanno dai 6 euro al chilogrammo dei filetti freschi agli oltre 9 delle pinne.

Che cosa si può fare per aiutare

Il WWF ha ovviamente preparato una serie di linee guida per contrastare questo fenomeno, rivolte sia alle istituzioni sia a noi consumatori. Fra le prime c’è l’invito a stabilire una taglia minima per le specie commerciali di squali e razze (cioè quelle che possono essere pescate) e quello ad aggiornare e migliorare la lista delle specie commerciali, “inserendo tutti gli squali e le razza fra quelle sottoposte a controllo”.

Fra i tanti consigli per noi, che il pesce lo compriamo:

- evitare di comprare e consumare carne di squalo o razza se non proveniente da fonti sostenibili e certificate (con la precisazione che “attualmente pochi prodotti soddisfano tali requisiti”);

- ricordarsi che verdescagattuccio e palombo sono specie di squalo;

controllare sempre le etichette dei prodotti, soprattutto nei filetti senza pelle, dove è più facile essere tratti in inganno; se l’etichetta manca o è incompleta, chiedere da dove proviene il pesce, come è stato pescato e che specie è ed evitare l’acquisto in caso di risposta incompleta;

- allo stesso modo, al ristoranteinformarsi sulla provenienza del pesce che si sta per ordinare ed evitare di sceglierlo in caso di risposta vaga o imprecisa.

Due approfondimenti da leggere e tre da guardare

Insieme con il WWF, su Cucchiaio.it abbiamo realizzato due volte, in due occasioni diverse, liste di pesci che sarebbe consigliabile mangiare per fare bene a noi e all’ambiente: l’abbiamo fatto parlando della cosiddetta dieta sostenibile e anche indicandone 9 con le loro relative ricette, da preferire al posto dei soliti branzino, orata e tonno

Infine, tre consigli di visione per chi vuole approfondire l’argomento del nostro rapporto con il mondo sottomarino. Il regista Eli Roth, noto per i film horror, ha realizzato il documentario “Fin” (pinna, in inglese), prodotto fra gli altri anche da DiCaprio e dedicato all’uccisione degli squali, che è stato premiato al 19esimo Film Festival di Ischia, quest’anno incentrato su mare e ambiente: dal 18 luglio è in streaming su Discovery Plus.

Sempre a Ischia è stato proiettato “Il mio amico in fondo al mare” di Craig Foster, Pippa Ehrlich e James Reed (premiato agli ultimi Oscar), che sul Cucchiaio d’Argento abbiamo citato più volte, l’ultima scrivendo dell’anacronistica pratica di cuocere la aragoste da vive: è visibile su Netflix e il protagonista è un polpo. E sempre su Netflix c’è “Seaspiracy”, il documentario che parla della salute del mare: dopo averlo visto, potete leggere quello che ne avevamo scritto

(Immagine di apertura di David Fleetham per WWF)

(Immagine in parallasse di Mark Carwardine per WWF)

Emanuele Capone

Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova ed è nella redazione di Italian Tech 

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