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Si può dire "il gnocco"? Lo abbiamo chiesto all'Accademia della Crusca

Data pubblicazione 28.09.2021
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Un nostro post su Facebook dedicato a “il gnocco fritto” ha scatenato un animato dibattito, ma questa costruzione, per quanto sia strana da sentire, è assolutamente accettabile. Ci siamo fatti spiegare il perché

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“Se avete voglia di un pranzo della domenica alternativo, preparate il gnocco fritto!”: è bastato un post di 3 righe, e sulla pagina Facebook di Cucchiaio.it si è scatenato il finimondo. Il problema era ovviamente l’articolo. Non l’articolo cui rimandava 

il post (che è una ricetta, ed è questa), ma proprio l’articolo “il” vicino alla parola “gnocco”: c’è chi ha commentato che “si scrive lo gnocco”, tantissimi che hanno spiegato invece che “la ricetta è reggiana e si scrive così”, poi sono arrivati quelli da Ferrara e da Parma che hanno detto la loro e fatto le loro precisazioni e i loro distinguo… Insomma, un grande putiferio intorno a quella che voleva solo essere l’idea di una ricetta per una domenica un po’ diversa.

 

Ma si può dire e scrivere “il gnocco”? La risposta breve è sì, si può. Per una risposta più lunga e articolata ci siamo rivolti alla dottoressa Monica Alba, giovane collaboratrice dell’Accademia della Crusca: “Dal punto di vista grammaticale, non ci sono dubbi su quale sia la forma corretta”, che è “lo gnocco”. E però, c’è un però: “La frase va letta nel suo contesto, come succede per tante altre espressioni della lingua italiana”, perché “in molti dialetti si può utilizzare e si utilizza il gnocco”. Discorso finito? Caso chiuso? Ovviamente no.





Sì, si può dire (e scrivere) “il gnocco”

 

Tempo fa, la Crusca dedicò un approfondimento proprio alla questione degli gnocchi, che è dibattuta da anni, ricordando che “la forma corretta è con lo per il singolare e gli per il plurale”, ma anche che “oltre a queste forme, sono stabilmente presenti nell'uso colloquiale, soprattutto dell'Italia settentrionale, il gnocco/i gnocchi”. Questo è proprio il caso del nostro post: si può decisamente scrivere “il gnocco”, visto che si parla di una ricetta della tradizione emiliana, conosciuta già dal ‘600 appunto come “il gnocco fritto”. In questi casi, soprattutto quando si scrive, il consiglio di Alba è di “distinguere in qualche modo graficamente l’utilizzo di un’espressione più dialettale o colloquiale, magari riportandola fra virgolette o scrivendola in corsivo”. Tenendo sempre presente che in futuro “è possibile che la norma venga modificata dall’uso”, perché l’italiano, come tutte le lingue, si evolve e cambia nel tempo.

 

Vero: suona strano, ma non è sbagliato come gli inferociti commenti che abbiamo ricevuto lascerebbero immaginare, proprio perché si parla di una cosa che si chiama così e che si è sempre chiamata così. Per capirlo, basti pensare che la famosa frase “Ridi, che la mamma ha fatto i gnocchi!” ricorre più spesso con l’articolo “i” che con “gli”. L’uso è confermato pure da una veloce verifica su Google, che ben riflette le abitudini delle persone: cercando “il gnocco” si ottengono poco più di 49mila risultati; cercando “lo gnocco” ne arrivano 86mila. C’è una differenza ma “non con un distacco abissale”. Risultati simili mettendo a confronto le due costruzioni su Google Trends: “lo gnocco” vince ma non sempre e non di tanto, cosa che secondo la Crusca “dimostra che la forma meno corretta è comunque ampiamente impiegata”.

 

Insomma, “il gnocco” si può dire e si può scrivere e infatti si dice e si scrive, anche se non va bene sempre: “Questo non significa che la scelta di il/i sia da considerare corretta in ogni caso - hanno spiegato dalla Crusca - Se può ricorrere in contesti poco sorvegliati (come appunto un post su Facebook, ndr), è decisamente da evitare in registri più controllati”. È importante il contesto, insomma. 



Il caso dell’arancina e quello di “il zucchero”

 

Quello degli gnocchi non è l’unico esempio del genere, cioè di una parola concordata con un articolo invece che con un altro o declinata al maschile e al femminile. Qualche anno fa si parlò e si scrisse tantissimo della questione dell’arancino. O dell’arancina. Sì, perché questa tradizionale ricetta siciliana può essere maschile o femminile, a seconda di dove la si mangia: la Crusca spiegò che si dice “arancina nella parte occidentale della Sicilia e arancino nella parte orientale, con l’eccezione di alcune aree del Ragusano e del Siracusano”. Col tempo, più o meno a partire dagli anni ‘40 del secolo scorso, la forma maschile ha preso sempre più piede, tanto che è quella riconosciuta dai più importanti dizionari italiani (ed è pure quella che il commissario Montalbano ha portato nei libri e in televisione). Questo nonostante che il piatto ricordi nella forma il frutto dell’arancio, cioè l’arancia.

 

Complicato, ma non tanto quanto la questione di “il zucchero”. Come, “il zucchero”? Proprio così: ci sono alcuni dialetti del Nord, come quello veneto, in cui questa forma è considerata corretta. In italiano è ovviamente giusto scrivere “lo zucchero”, ma qui più che di un errore si tratta di un retaggio del passato: tempo fa, la Crusca ricordò che “nell'italiano antico la scelta degli articoli determinativi dipendeva non dalla parola che li seguiva ma dalla parola che li precedeva” e che se questa finiva con una vocale, l'articolo era “il”, mentre se finiva con una consonante, l'articolo era “lo”. Che è il motivo per cui Dante, nella Divina Commedia, scrive “si volse a retro a rimirar lo passo”, invece di “il passo”, come scriviamo oggi. Che c’entra lo zucchero? C’entra perché, come è cambiata la regola appena citata, anche è cambiata quella sull’articolo che va davanti alle parole con la “z”: sino alla fine dell'Ottocento si usava tranquillamente “il”, e non sembrava affatto strano.

 

Stabilito questo, stabilito che le regole della grammatica sono regole e vanno rispettate, ma anche che non sono immutabili, l’importante è soprattutto capire quello che si sta leggendo e il contesto in cui è inserita un’espressione. E anche non usare “il zucchero” per condire “i gnocchi”, magari.

 

Le parole del cibo, gli approfondimenti del Cucchiaio d'Argento:

 

 
 
 


di Emanuele Capone 



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