"Sei un vegetale!" l'Accademia della Crusca ci spiega l'influenza che le parole hanno sul nostro modo di mangiare

Espressioni positive per i cibi animali e negative per quelli vegetali: il professor Francesco Sabatini ci spiega come questo abbia condizionato il nostro modo di alimentarci. E perché la dieta non è solo la dieta.

Le truppe di fanteria descritte da Napoleone come “carne da macello” (anzi, “da cannone”, come ricordava Leopardi nei suoi “Pensieri”), l’uomo muscoloso che è “un bel manzo”, mentre chi è in coma è “un vegetale”, la parola “finocchio” usata per offendere gli omosessuali: c’è storicamente una tendenza, nell’italiano ma pure in parecchie altre lingue del mondo occidentale, che vede associate le espressioni positive agli atteggiamenti carnivori e quelle negative all’alimentazione a base vegetale.

“È che da sempre siamo abituati ad avere un approccio distruttivo nei confronti degli animali, sin da quando i nostri antenati li sacrificavano agli dei e poi… se li mangiavano”: a parlare è il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, con cui abbiamo avuto una lunga chiacchierata telefonica proprio su questi argomenti. Per capire se e come le parole abbiano influenzato quello che mangiamo, e di conseguenza perché facciamo così fatica a cambiare le nostre abitudini alimentari. E a farle accettare e capire agli altri.

Il professor Francesco Sabatini presidente onorario Accademia della Crusca

Dai piaceri della carne alle… polpette

“I nostri antenati univano l’atteggiamento pio e devoto con la praticità, l’utile al dilettevole”, ci ha ribadito Sabatini parlando dei sacrifici animali dedicati alle divinità, ricordando appunto che agli albori della storia dell’umanità, l’animale era sia un simbolo di devozione sia fondamentale per l’alimentazione: “La carne ha e dà sostanza, siamo abituati a considerare che nutra di più, nonostante i problemi che provoca con allevamenti, inquinamento e altri guai (come raccontato nell'articolo Quello che mangiamo è quello che inquiniamo)”.

Non solo il linguaggio riflette tutto questo, ma in qualche modo è forse proprio dal linguaggio che tutto questo è nato: “La maggior parte di noi assume le proteine attraverso la carne e la parola stessa, che deriva dal greco proteos, cioè "primo, che occupa il primo posto", anche "essenziale", ci fa capire quanto siano importanti per noi questi concetti”. Quanto facciano parte della nostra tradizione culturale, anche del nostro inconscio. Un altro esempio, più prosaico, del collegamento fra parole e cibo, è quello delle polpette: “Forse sono il livello prima della "carne da macello" - è ancora Sabatini a parlare, con un sorriso - Usiamo spesso l’espressione "ridurre in polpette" al posto di sminuzzare. Perché anche psicologicamente, fare a polpette una cosa la rende maneggiabile, gestibile”. E qui torna l’approccio distruttivo degli uomini primitivi.

All’altro lato dello spettro ci sono la soddisfazione, il godimento, il benessere, che passano di nuovo prevalentemente attraverso la carne: “I cosiddetti "piaceri della carne" sono sì legati all’atto di mangiare, ma non soltanto a quello, perché usiamo spesso questa espressione anche come sinonimo del sesso”. E il paragone lo facciamo con gli alimenti di derivazione animale, non certo con il mondo vegetale.

Né carne né pesce, sinonimo di insignificante

Questo perché dal mondo delle piante tendiamo a prendere le espressioni negative, dal già citato “è un vegetale” a “sei una patata lessa”, sino all’offensivo “finocchio”, usato per denigrare le persone omosessuali. L’origine del termine, questo suo uso, si perde nel tempo e non è chiarissimo neppure per un super esperto come Sabatini: “Deriva dal latino foeniculum, che è un diminutivo di “foenum” e significa fieno, indicando una pianta dalle foglie sottili come il fieno - ci ha spiegato - Soprattutto, non è carne, dunque non è ‘regolare’ (inteso che non è cibo di origine animale), non va bene”. Ma l’analisi del presidente onorario dell’Accademia della Crusca non si ferma qui: “Già dai tempi antichi, il finocchio veniva usato per alterare o nascondere il sapore della carne, così come le persone gay camuffano, nascondono, il loro sesso”. Una considerazione che fa il paio con quella dello scrittore e attivista Giovanni Dall'Orto, che tempo fa spiegò online che l’offesa deriva sì dall’ortaggio e dalla sua forma, dal fatto che abbia “il gambo vuoto”, ma anche dai suoi semi, che appunto venivano utilizzati per aromatizzare la carne e migliorarne il sapore, in qualche modo ingannando chi la mangia (allo stesso modo, per chi usa questo termine, il “finocchio” sarebbe una persona infìda).

Non è finita, quanto a offese plant-based o comunque espressioni tendenzialmente negative: “Diciamo che qualcosa "non è né carne né pesce" quando lo consideriamo insipido (non solo dal punto di vista alimentare, ndr), senza pregi, insignificante, inutile, buono a niente, né positivo né negativo, il peggio del peggio”. Perché? “Perché non è alcun tipo di carne, né rossa né bianca”. Ancora: una persona è “pelle e ossa” quando è “vuota e senza sostanza” e invece “bene in carne” quando è ben nutrita e ha un aspetto sano; allo stesso modo, si dice che “buon vino fa buon sangue”, con il colore rosso che richiama il sangue, che a sua volta richiama la carne. Che di nuovo richiama gli animali usati come cibo.

Dal greco antico alle religioni moderne

Tutto questo, e molto altro ancora, aiuta a capire perché è così difficile cambiare regime alimentare, abbandonare quello onnivoro e magari rinunciare del tutto o in parte ai prodotti di derivazione animale. Perché è così difficile farsi accettare dagli altri, se scegliamo di mangiare vegano, vegetariano, reducetariano (regimi alimentari di cui abbiamo parlato con Reducetariani, vegetariani, vegani: le 8 diete alternative più diffuse): il motivo è che la società fa fatica ad accogliere questo cambiamento. E fa fatica perché questo cambiamento va nella direzione opposta a quella verso cui la società stessa è andata più o meno da sempre. Anche dal punto di vista linguistico.

Se ci siamo abituati a usare, e ancora usiamo, espressioni come “bel manzo” o “stai manzo” e insulti come “finocchio”, se le 3 principali religioni monoteiste ci hanno insegnato per millenni che gli animali sono cibo e sono al nostro servizio, è evidente che è difficile fare passare come accettabile l’idea di nutrirsi (anche esclusivamente) di verdura. Perché “mangiare erba non è da maschi”, figurarsi mangiare proteine di piselli, che sono alla base delle più note alternative vegetali alla carne (di cui vi abbiamo raccontato in Il 2020 e il boom della carne vegetale).

C’è una parola che più di tutte permette di capire questo concetto, come ci ha spiegato il professor Sabatini. Ovviamente. È la parola “dieta”, che ormai associamo solo al modo di mangiare, a come scegliamo di alimentarci, ai tentativi delle persone di perdere o guadagnare peso, tanto che quando qualcuno ci riesce (in una cosa o nell’altra), la prima domanda che ci facciamo è “ma che dieta ha seguito?”. E però dieta è più di questo, parecchio di più: “È un vocabolo di origine latina che a sua volta deriva dal greco antico, dalla parola diaita, che indica le regole di vita, lo stile di vita, il tenore di vita”. Di più: nelle parole greche, il prefisso “dia” significa “attraverso” o “per mezzo di” e in questo caso indica in senso figurato il percorso che ci porta attraverso la vita e “ha a che fare con il nostro modo di vivere”. Insomma: cambiare dieta non significa solo cambiare il modo in cui mangiamo, il nostro regime alimentare. Significa modificare il nostro stile di vita. E anche se non lo sappiamo, inconsciamente lo sappiamo.

Non c’è allora speranza di mutare lo stato delle cose e di invertire questa tendenza che vede i concetti legati agli animali tutti positivi e quelli legati alle verdure tutti negativi? Il professor Sabatini accende un lumicino con una battuta: “Ci sono anche animali cornuti, e quelli sicuramente non li vediamo sotto una luce positiva…”.

Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

Illustrazione di Davide Abbati.