Da Dante a “idem con patate”, i modi di dire legati al cibo spiegati dall’Accademia della Crusca

Da “nato con il cucchiaio d’argento in bocca” a “rendere pan per focaccia”, l’origine delle espressioni legate al mangiare che usiamo ogni giorno. Andando indietro sino al 33esimo canto dell’Inferno

C’era una volta “Il mio amico Ricky”, una sit-com (allora le serie tv si chiamavano così) andata in onda negli Stati Uniti dal 1982 e in Italia dal 1984. Ricky era un ragazzino fortunato, molto fortunato: viveva in una casa bellissima insieme con il padre, un uomo molto ricco che lo riempiva di vestiti, cose, giocattoli. Ricky era nato con la camicia. Anzi, no. Visto che era americano, era “nato con il cucchiaio d’argento in bocca”: il titolo originale del telefilm era “Silver Spoons” e riprendeva un modo di dire in inglese che rende bene l’idea delle agiate condizioni di vita di Ricky (ed è anche la ragione del nostro libro di ricette preferito, che fra l'altro ha appena compiuto 70 anni).

C’è però una differenza importante, fra “nato con il cucchiaio d’argento in bocca” e “nato con la camicia”: se in inglese l’accento è posto più sugli aspetti concreti e pratici della vita, cioè la possibilità di poter mangiare addirittura con le posate d’argento, in italiano l’immagine è in qualche modo più… poetica. Perché “nato con la camicia” non vuole dire quello che pensiamo più o meno tutti, cioè che si era abbastanza fortunati da avere vestiti da mettersi addosso: ha a che fare con il modo in cui si veniva al mondo. A spiegarcelo è stata la dottoressa Monica Albacollaboratrice dell’Accademia della Crusca con cui abbiamo fatto una lunga a interessante chiacchierata sulle espressioni idiomatiche legate in qualche modo al cibo: “I primi utilizzi risalgono al 14esimo secolo, un’epoca di grande superstizione, in cui tutto quello che accadeva era visto con sospetto e ogni cosa che succedeva era considerata strana, estranea e potenzialmente maligna”. Compresa la nascita di un bambino: “Se però veniva al mondo ancora dentro al sacco amniotico, se questo involucro era integro, allora era un buon auspicio”. Quella era la sua “camicia”, e se il bambino era “nato vestito”, allora andava tutto bene.

Di questo modo di dire si trovano tracce scritte nel Dizionario del Dialetto veneziano di Giuseppe Boerio (1829) e poi ancora nel Vocabolario della Lingua italiana, pubblicato nel 1941 sotto il regime fascista; inoltre, questa declinazione più “poetica” è comune ad altre lingue neolatine, come il francese, in cui con “naitre avec le choux” s’intende più o meno lo stesso.

Il potere delle parole e l’importanza del cibo

Alba ci ha ricordato che “le parole sono lo specchio della società”, dunque riflettono gli usi e le abitudini delle comunità che le utilizzano, sottolineando un aspetto significativo: “Nella nostra lingua, anche moderna, un numero considerevole di espressioni ha a che fare con il cibo perché il cibo è importante per noi, è legato alla nostra vita e alle nostre tradizioni, nazionali e pure regionali”. Che poi è anche il motivo per cui tanta parte delle parole italiane “prestate” all’estero ha a che fare col mangiare, come qualche mese fa ci ricordò il professor Coveri, sempre dell’Accademia della Crusca, nell'articolo Baguette, ciabatta, tiramisù: l’Accademia della Crusca e le parole italiane che hanno conquistato il mondo.

Anche lontano dalla tavola, insomma, per l’Italia il cibo è importante ben più che per altri Paesi, come dimostra l’esempio di “rendere pan per focaccia”, un modo di dire che c’è pure in Gran Bretagna e in Francia, ma che là non ha a che fare col mangiare (gli inglesi dicono “this for that” e i francesi “rendre la pareille”). Usiamo questa espressione quando parliamo di un torto subìto e di quello che vorremmo o dovremmo fare per vendicarci, lo facciamo oggi e lo facevamo già 700 anni fa: “Nel 33esimo canto dell’Inferno, il penultimo prima di quello dedicato a Lucifero, Giuda e Bruto - ci ha spiegato Alba - Dante parla di un certo Frate Alberigo, che organizzò una cena per i parenti, dando però ordine ai suoi servi di ucciderli tutti all’arrivo della frutta”. Di tradirli, insomma: Dante fa dire ad Alberigo che “son quel da le frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo”. Allora, datteri e fichi erano quello che oggi sono pane e focaccia: “I datteri, più pregiati, simboleggiano la punizione per la colpa, rappresentata dai fichi”.

Secondo Alba, è solo qualche anno più tardi che il modo di dire ha preso il significato che ha oggi: “Nella novella 8 della giornata 8 del Decameron, Boccaccio racconta di un uomo che viene tradito dalla moglie con il suo (di lui, ndr) miglior amico e che decide di vendicarsi tradendo a sua volta la donna con la moglie del suo miglior amico”. O ex miglior amico, probabilmente. Comunque, quando le due donne si incontrano, una dice all’altra che “voi m' avete renduto pan per focaccia”, ed è probabilmente da allora che l’espressione ha assunto l’accezione tanto negativa che ha adesso: “Il pane era la vendetta, la focaccia la scorrettezza subita”.

Come il cacio sui maccheroni, quando il pomodoro non c’era

A Boccaccio si deve anche un altro modo di dire molto diffuso, quello che per gli inglesi è “icing on the cake” (la glassa sulla torta) e che per noi è “cacio sui maccheroni”, con cui intendiamo qualcosa che funziona molto bene, che è “giusto”, appropriato, quasi perfetto. Almeno, a Boccaccio si deve uno dei primi utilizzi scritti conosciuti: sempre nel Decameron (novella 3, giornata 8), l’autore parla del Paese di Bengodi e descrive montagne di formaggio usato per condire proprio questo specifico tipo di pasta.

Con buona pace del pomodoro, simbolo dei condimenti italiani nel mondo: “Il problema è che all’epoca il pomodoro non solo non si usava, ma nemmeno c’era - ci ha ricordato Alba - arriva in Europa solamente nel 1500, dopo la scoperta e la conquista del Messico da parte degli spagnoli”. Non solo: “Inizialmente veniva utilizzato come pianta ornamentale e arriva in cucina intorno al 1800 a partire da Napoli, dove venne creata la Salsa alla Spagnola, che appunto lo univa al cacio e ai maccheroni”. È la ricetta numero 125 del celebre “La scienza in cucina” di Pellegrino Artusi, ed è il motivo per cui non diciamo “ci sta come il pomodoro sui maccheroni”: perché allora il pomodoro… proprio non ci stava.

Più o meno sino a quel momento, infatti, si mangiavano principalmente minestre col brodo, minestre asciutte oppure pasta asciutta (da cui pastasciutta), cui l’aggiunta del pomodoro diede il “sugo”. Metaforicamente e pure concretamente.

Le ciambelle senza buco e le fake news su “idem con patate”

Ma c’è molto di più, quando si parla di modi di dire legati all’alimentazione. C’è “non è farina del tuo sacco”, che arriva dalla fine del ‘500 e si ritrova anche in spagnolo (si dice “no es harina de tu coastal”) e risale a un’epoca in cui i sacchi erano usati come unità di misura e la farina e il pane erano prodotti della fatica e rubarli e appropriarsene era considerato un reato grave. Ancora: c’è “tutto fumo e niente arrosto”, un’espressione che arriva dalla Toscana di inizio ‘600 a poi si estende al resto d’Italia a indicare qualcosa di inconsistente, ricco di apparenza ma povero di sostanza. C’è la storia che “non tutte le ciambelle riescono col buco”, che nel 1800 si ritrova nella Raccolta di proverbi Toscani di Giuseppe Giusti, ha un significato consolatorio e le origini nella saggezza popolare, perché “lo dice la fornaia, maestra di lingua”. E anche ve lo diciamo noi, che qui ne abbiamo selezionato 27 varianti perfette per la colazione o la merenda, ovviamente tutte col loro buco.

Soprattutto, c’è l’interessante questione di “idem con patate”, di cui tanto si parla in questi giorni sui social network, con assurde teorie sulle sue origini: “Non ci sono prove che derivi da una qualche forma di latino storpiata (come “idem comparare”, ndr), ma ce ne sono invece molte che la datano intorno al 1860, quando pure le persone meno colte usavano questa espressione per non ripetere una determinata parola”. Secondo Alba, che per avere conferme ha consultato il Grande dizionario della Lingua italiana di Salvatore Battaglia, che a sua volta cita il Dizionario moderno di Alfredo Panzini degli anni Quaranta, “era un modo di dire scherzoso che ha avuto origine nei menu dei ristoranti e delle trattorie, in cui, per indicare le diverse alternative con cui una preparazione poteva essere servita ed evitare ripetizioni, si era soliti utilizzare questa formula con l’aggiunta della sola denominazione del contorno”. Perché fossero le patate, è presto detto: già allora e ancora oggi sono uno degli accompagnamenti più diffusi e comuni per le portate principali (qui per esempio ci sono 12 ricette facili e gustose con le patate per un contorno perfetto ) e stanno più o meno bene con tutto. Come il cacio sui maccheroni, insomma.

In apertura immagine tratta dal libro I mostri di Dante. Divina Commedia activity book di Salani Editore

 

Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

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