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Il Nutri-Score boccia la dieta mediterranea. Vi spieghiamo perché l’Italia non è d’accordo

Data pubblicazione 07.04.2021
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C’è grande fermento in Europa intorno al Nutri-Score, il punteggio nutrizionale (questo vuol dire, il nome) che potrebbe caratterizzare le etichette dei prodotti alimentari venduti nel territorio dell’Unione a partire dalla fine del 2022. È un’idea francese, sviluppata a partire dal 2017 sulla base del lavoro del professor Serge Hercberg e del suo team di ricercatori, ed è nota anche come “etichetta a semaforo” perché è stata realizzata in collaborazione con le autorità sanitarie del Regno Unito, dove vengono appunto usati i colori verde, giallo e rosso per indicare la (presunta) pericolosità di un cibo.

 

Come funziona il Nutri-Score


L’etichetta, già utilizzata ampiamente in Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Gran Bretagna (dove però ha un altro nome), distingue gli alimenti sulla base di una scala di lettere (sono 5, dalla A alla E) e di una scala di colori, dal verde intenso, che corrisponde alla A, al rosso intenso, che corrisponde alla E. Per decidere dove si posiziona un prodotto in questo spettro, se ne prendono in considerazione ingredienti e valori nutrizionali (per 100 grammi per il cibo solido e per 100 ml per le bevande): a grandi linee, frutta e verdura, fibre e proteine concorrono a migliorare la valutazione, mentre calorie, zucchero, acidi grassi saturi e sodio portano a peggiorarla.

L’idea di fondo è quella di semplificare per chi compra l’accesso alle informazioni, che sono già presenti per legge sulle confezioni, ma spesso sono scritte in piccolo o poco comprensibili. È una buona idea, insomma.





Favorevoli e contrari

 

Però è una buona idea che ha alcuni difetti, alcuni più importanti di altri. Innanzi tutto, non sempre buoni ingredienti di partenza si traducono in altrettanto buoni prodotti finiti, come sul Cucchiaio abbiamo già spiegato parlando dei pericoli del cibo ultratrasformato: c’è differenza fra un sacchettino di albicocche, raccolte fresche e comprate dal verduraio, e uno snack a base di albicocca disidratata. Il punto di partenza è il medesimo, il problema è la lavorazione.

Allo stesso modo e più o meno per le stesse ragioni, non tutti i grassi e gli zuccheri sono dannosi e pericolosi uguali e anzi alcuni sono utili e benefici per il nostro organismo.

Anche da qui nasce la protesta dell’Italia contro il Nutri-Score, che l’Ue non può legalmente imporre ma che sta caldamente consigliando nell’ambito della strategia Food to Fork per un cibo più salutare e sostenibile dal punto di vista ambientale. Il nostro Paese sta lottando sia attraverso le associazione di categoria sia a livello politico, ultimamente anche con gli interventi dei ministri Speranza (Salute) e Patuanelli (Agricoltura): “Il via libera a questa etichetta, che rischia di espandersi a livello globale - ha detto a inizio aprile il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini - mette in pericolo i 46,1 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari tricolori del 2020, un record nonostante il taglio degli scambi commerciali determinato dalla pandemia”. Sì, perché ovviamente il problema è anche economico: in un periodo in cui gli affari del settore agroalimentare italiano sono messi in grande difficoltà, oltre che dal ridotto volume di scambi, pure dalla chiusura di bar e ristoranti e dalla cancellazione di matrimoni, eventi e convegni (ne scrivemmo a inizio 2021), il timore è che l’etichetta “a semaforo” possa trasformarsi in una sorta di colpo di grazia.


Perché? Perché molta parte dei capisaldi della dieta mediterranea, dall’olio extravergine al Grana Padano, dal Parmigiano Reggiano al prosciutto di Parma, finirebbero nella zona rossa e dunque sarebbero sconsigliati ai consumatori europei. Da qui ha preso le mosse la linea di difesa del ministro Patuanelli, che ha citato il collega Speranza sulla necessità di avere “un sistema sanitario che parta dalla prevenzione”, ricordando al recente summit Recovery Food che “l’alimentazione è fondamentale in questo: io l'ho sperimentato sulla mia pelle, perché ho avuto problemi di salute e potevo decidere se prendere pillole per tutta la vita per abbassare la pressione, oppure se dimagrire. Ho scelto la seconda, ho perso 25 kg e l’ho fatto grazie alla dieta mediterranea, non grazie ai bollini verdi o rossi sul cibo”.

Al netto delle combattive dichiarazioni politiche, c’è da dire che l’Italia non è sola in questa battaglia: lo scorso febbraio, il ministro spagnolo Alberto Garzón ha annunciato di essere al lavoro per fare sì che l’olio di oliva venisse escluso dai parametri del NutriScore. Perché? Perché nelle prime simulazioni si era beccato una C, cosa che lo avrebbe portato fra il giallo e l’arancione. E identica cosa si sta pensando di fare pure per il celebre jamón ibérico, il caratteristico prosciutto spagnolo, che secondo indiscrezioni sarebbe nell’orbita della D, se non addirittura della temutissima E.



Le possibili alternative
 

È evidente che se un Paese riuscisse a far togliere alcuni dei suoi prodotti tipici dalla sfera di influenza del Nutri-Score, questo aprirebbe la strada ad altri per ottenere simili esenzioni. E questa potrebbe essere una via percorribile: il ministro spagnolo dell’Agricoltura, Luis Planas, ha ipotizzato con il Guardian che la valutazione di alcuni alimenti inclusi nella dieta mediterranea potrebbe essere ricalcolata “tenendo anche conto del loro alto valore proteico e dell’apporto di vitamine e minerali”. Non è solo una questione di patriottismo o di difesa degli interessi nazionali, ma anche di bilanciamento e buon senso: nessuno beve tutti insieme 100 ml di olio di oliva, come invece farebbe con la stessa quantità di una bibita gassata. E però i due prodotti vengono giudicati allo stesso modo e con gli stessi parametri, perché sono liquidi e dunque entrambi sono considerati “bevande”.

Un’altra idea potrebbe essere quella di affidarsi a database indipendenti, che già esistono e che col passare del tempo si arricchiscono di sempre più prodotti, che però tengano conto non solo di ingredienti e valori nutrizionali, ma pure del livello di trasformazione di un prodotto, cioè di quanto è stato processato prima di arrivare sulle nostre tavole: uno dei più grandi, di cui sul Cucchiaio vi abbiamo già raccontato, è Open Food Facts, che ha già catalogato quasi 60mila prodotti in vendita in Italia, e utilizza proprio una doppia classificazione: Nutri-Score per quanto riguarda i valori nutrizionali e Nova per quanto riguarda la lavorazione. Questo permetterebbe a noi consumatori di capire meglio che cosa stiamo comprando, con che cosa è fatto e pure come è fatto.


 

Articolo di Emanuele Capone

 

 

 

 



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