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Ristoranti chiusi, quasi 10 miliardi in cibi e vini invenduti. Appello di Coldiretti: “Comprate italiano”

Data pubblicazione 07.01.2021
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Fra maggio e giugno potevamo immaginarlo, che con le celebrazioni dei matrimoni cancellate per il coronavirus, o comunque con pochissimi invitati, ci sarebbero state conseguenze sulle vendite di spumanti e cibo. In autunno potevamo intuirlo, quando abbiamo visto che molta parte del vino invenduto per le chiusure dei ristoranti veniva trasformato in gel igienizzante. In inverno ne abbiamo avuto conferma, con Natale e Capodanno passati senza i tradizionali veglioni da centinaia di invitati negli hotel e nei locali notturni.


Adesso però non è più il momento di immaginare e intuire, ma è quello di fare un bilancio delle reali conseguenze dei lockdown sull’industria alimentare italiana. E il bilancio decisamente non è buono: secondo l’ultimo report di Coldiretti, il crollo delle attività di bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e agriturismi ha avuto un effetto fortemente negativo sull’agroalimentare, con una perdita di fatturato nel 2020 di oltre 9,6 miliardi di euro appunto a causa dei mancati acquisti di cibi e bevande.

Le ragioni di un tracollo annunciato
Il perché è facile da capire: a causa della pandemia non usciamo più, o comunque usciamo molto meno e facciamo cose diverse: i nostri consumi fuori casa per colazioni, pranzi e cene sono calati del 48% durante l’anno appena concluso, pesando a cascata sulla vendita di vino, birra, carne, pesce, frutta e verdura. Perché se noi non li compriamo più, neppure i ristoranti li comprano più.

E anche se abbiamo aumentato gli acquisti per l’utilizzo domestico (cresciuti del 12% nel 2020), perché ovviamente cuciniamo e mangiamo di più a casa e probabilmente continueremo a farlo nel corso del 2021 (per approfodire Che cosa mangeremo (e come) nel 2021? 12 tendenze e novità dell’anno post-pandemico), la situazione resta drammatica: in Italia ci sono circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi e le loro difficoltà si riflettono sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole che danno lavoro a poco meno di 4 milioni di persone e rappresentano un quarto del Pil nazionale.

Le soluzioni: comprare italiano e cucinare local
Come se ne esce? Comprando, cucinando e mangiando italiano, come ci ha spiegato Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti: “In questo momento difficile chiediamo agli italiani di privilegiare il consumo di prodotti alimentari made in Italy per aiutare l’economia, il lavoro e il territorio nazionale - ha detto al Cucchiaio - Abbiamo lanciato la campagna #mangiaitaliano, cui hanno dato appoggio tanti personaggi della televisione, del cinema, dello spettacolo, della musica, del giornalismo, della ricerca e della cultura insieme con tanta gente comune”. Italiano per davvero, però: “Per fare scelte consapevoli e non essere ingannati occorre fare attenzione all’etichetta, dove dev’essere indicata l’origine del prodotto, dalla pasta al riso, dal latte ai formaggi, dalla carne alle uova, dalla frutta alla verdura, dalle conserve di pomodoro al miele”. E da fine gennaio, anche dei salumi.

È un modo di agire che ha due effetti benefici: come sul Cucchiaio abbiamo scritto di recente, la dieta mediterranea, con prodotti locali e frutta e verdura di stagione, è un antidoto naturale contro l’eccesso di cibi industrializzati e ultratrasformati. E anche, in questo caso, aiuta il Paese: “Seguire le stagione a tavola fa bene alla salute, alle proprie tasche e all’economia del territorio - ci ha ricordato Bazzana - L’Italia è l’unica al mondo che può contare sulla rete organizzata di Campagna Amica, che conta circa 1200 mercati contadini a livello nazionale con prodotti che vanno dalla frutta alla verdura di stagione, dal pesce alla carne, dall’olio al vino, dal pane alla pizza ai formaggi, arrivando sino ai fiori. Le cui vendite, proprio nell’anno della Covid-19, sono  cresciute del 26%”.

La Brexit, una piccola (e parziale) buona notizia

Insomma, nonostante le premesse, l’anno del coronavirus non è stato totalmente negativo. Con una buona notizia arrivata proprio sullo scadere. L’accordo sulla Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Europa, è stato trovato in extremis e ha evitato non solo quelle conseguenze negative che si erano immaginate nelle ultime settimane del 2020, ma anche potrebbe avere effetti positivi sul lungo periodo: “Il fatto che si siano evitati dazi e ostacoli amministrativi e doganali salva 3,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari in Gran Bretagna - è ancora Bazzana a parlare - che è l'unico settore del made in Italy che è cresciuto nel 2020, con un aumento Oltremanica dell’1%”.

Ma c’è un “ma”, ovviamente: “Adesso il rischio è che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle nostre esportazioni agroalimentari come l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che boccia quasi l’85% dei nostri prodotti Dop, compresi l’olio extravergine di oliva, il prosciutto di Parma e pure Grana Padano e Parmigiano Reggiano”. È un  problema che non riguarda solo l’Italia e il Regno Unito, perché su questo argomento ogni Paese europeo fa un po’ a modo suo, ma è un problema che andrà in qualche modo risolto: la speranza è che si arrivi a un modello unico valido per tutta l’Ue, pur rispettoso delle peculiarità di ogni territorio.

 

di Emanuele Capone



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