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Sostenibilità

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Sostenibilità

Sai che se le mucche mangiano le alghe, inquinano meno? Ecco come funziona

Il metano emesso complessivamente dalle mucche inquina come 650 milioni di auto tutte insieme. Ma una soluzione che arriva dal mare potrebbe ridurre del 98% questo valore e rendere più sostenibile la produzione della carne

15/04/2021

Il problema sono le mucche, che durante la digestione emettono metano, il più pericoloso fra i gas serra. Il problema sono i giganteschi allevamenti intensivi che raggruppano decine di migliaia di questi animali tutti insieme. Il problema è lo spazio che occupano. Il problema, soprattutto, è lo spazio che occupano le coltivazioni necessarie per procurare il cibo che serve per alimentarli, perchè ogni animale mangia in media 15-20 kg di foraggio al giorno. Questi sono i problemi, ma le soluzioni quali sono?

L’idea dell’alga rossa da mangiare

Una, che è quella di cui più si sta parlando in questi giorni, riguarda la possibilità di ridurre l’impatto inquinante dell’alimentazione degli animali, che non è un’idea nuova e nemmeno è un’idea facile da realizzare, soprattutto perché è necessario trovare un modo di farlo che non abbia conseguenze sul prodotto finito, cioè sulla carne, il latte e i formaggi. E come si fa, senza alterare le caratteristiche biologiche di mucche, pecore e simili? Si fa aggiungendo al mangime un’alga che funziona come una specie di integratore. Per la precisione, due tipi specifici di un’alga di colore rosso crèmisi, che si chiamano Asparagopsis taxiformis e Asparagopsis armata e crescono un po’ dappertutto negli oceani: secondo una ricerca dello scorso giugno, basterebbe aggiungerne una percentuale minima (circa lo 0,2%) al foraggio per abbattere le emissioni di metano sino al 98%. Che è un valore impressionante, visto che le soluzioni sperimentate sin qui arrivavano sì e no a un taglio del 30%.

Più di recente, cioè lo scorso marzo, ricercatori americani e australiani hanno selezionato 21 manzi del tipo Angus-Hereford e per quasi 5 mesi li hanno nutriti alternando il mangime “normale” con altro addizionato con percentuali diverse (lo 0,25% oppure lo 0,5%) di alghe rosse: secondo i risultati pubblicati su Plos One, nel corso del tempo le emissioni di metano sono scese dal 45-68% (di più con una maggiore quantità di alghe) ed è ritenuto “altamente probabile” che si possa arrivare anche a un -80%. Nello stesso tempo, non sono stati rilevati problemi relativamente alle condizioni di salute e ai livelli di rendimento dei bovini e della carne da loro derivata; di più: gli animali sono apparsi saziarsi più rapidamente e dunque avere meno necessità di cibo.

Sembra un miracolo ma non è un miracolo, perché in realtà le mucche mangiano queste alghe da sempre. Quando le trovano, ovviamente: lo fanno un po’ perché nella scelta del cibo non sono molto “choosy” e davvero mangiano un po’ di tutto, ma pure perché sanno che fanno bene. Un po’ come i nostri gatti con l’erba che si chiama come loro. A dimostrarlo, ci sarebbero prove che già nell’antica Grecia e nell’Islanda del 18esimo secolo le mucche venivano nutrite così. Allora, ovviamente, non lo si faceva per ragioni ecologiche, ma perché gli animali stavano meglio: crescevano più sani, portavano avanti le gravidanze con più facilità, anche producevano latte migliore.

Il “segreto” sta in quello che succede nella prima parte dello stomaco delle mucche: quando mangiano l’erba, i microbi presenti dentro al rumine producono metano dal carbonio e dall’idrogeno che si generano dalla fermentazione delle piante; la sostanza viene poi espulsa dalla mucca durante la digestione (la storia che lo facciano con la flatulenza è un po’ una mezza bufala, perché da lì arriva meno del 5% del metano prodotto da ogni mucca). Qui entrano in gioco le alghe rosse, che possono essere polverizzate e aggiunte al mangime: producono e immagazzinano naturalmente il bromoformio, un composto organico che impedisce agli atomi di carbonio e idrogeno di legarsi insieme e formare il metano. Semplice, no?

Gli “effetti collaterali”, tutti positivi

Gli “effetti collaterali”, tutti positivi

Non solo semplice, ma pure efficace ed efficace in più modi, perché oltre alle conseguenze benefiche elencate più sopra (sulla salute del pianeta e su quella degli animali), ce ne sono altre: favorire la crescita di queste alghe porterà a un maggiore assorbimento di anidride carbonica nelle zone di coltivazione, perché queste piante acquatiche la immagazzinano e se ne nutrono, cosa che avrà effetti positivi pure sullo stato del mare, che come sul Cucchiaio abbiamo visto di recente, non se la passa benissimo.

Inoltre, il fatto che le mucche nutrite così siano più “efficienti” (nella produzione del latte e pure nella crescita) e abbiano meno appetito, dovrebbe permettere agli allevatori di comprare meno foraggio e dunque spendere meno e anche di dedicare meno spazio all’agricoltura necessaria per alimentarle, cosa che a sua volta contribuirebbe a risolvere il problema dello spazio citato all’inizio e anche potrebbe aiutare economicamente questi lavoratori, che sono fra le categorie più colpite dalla restrizioni provocate dalla pandemia da coronavirus.

Ancora: se in questo modo la produzione di carne diventasse davvero sensibilmente più sostenibile, allora si potrebbe ragionare sulla possibilità di mangiarla, se non come prima (perché con la carne, la questione ambientale non è legata solo al metano emesso dalle mucche), almeno con la coscienza più a posto.

Soprattutto, si ridurrebbe tantissimo l’inquinamento provocato dall’industria alimentare, visto che secondo la Fao la quantità di metano emesso da tutti gli animali presenti negli allevamenti del mondo è più o meno equivalente a quella di 650 milioni di auto tutte insieme.

Chi fa il cibo con le alghe? E quanto costa?

Come sempre, capito come farlo, resta da capire perché farlo: che cos’è il metano, e perché è un problema così grande? È un gas serra, proprio come l’anidride carbonica: si chiamano così perché si accumulano nell’atmosfera e lasciano passare le radiazioni solari dall’alto verso il basso, ma impediscono a quelle infrarosse di muoversi dal basso verso l’alto (si dice “effetto serra” appunto perché il calore entra, ma fatica a uscire). Sentiamo sempre parlare dell’anidride carbonica perché è quella emessa dalle auto e la conoscono tutti, ma a confronto il metano è molto più pericoloso. Ma molto davvero, con effetti inquinanti e riscaldanti sino a 30 volte più dannosi. Se si considera che in un Paese grande come gli Stati Uniti, gli allevamenti emettono in media 700 milioni di tonnellate di gas serra l’anno (il dato è del 2018 e arriva dal governo ) e che quasi il 40% di queste sono metano, si capisce perché è un problema così grande.

E anche si capisce perché siano moltissime le persone e le aziende che lavorano sulla contromisura delle alghe, in molte parti del mondo. Impossibile non citare il professor Rob Kinley, che ha partecipato allo studio dello scorso marzo e fra 2014 e 2016 è stato fra i primi a certificare in qualche modo le proprietà disinquinanti di queste alghe: l’ha fatto in modo talmente convincente che il Csiro, un ente di ricerca che fa capo al governo australiano, ha brevettato la scoperta e creato una compagnia per mettere in commercio questo cibo.

Poi ci sono 2 aziende hawaiane, come Blue Ocean Barns e Symbrosia, che è quella di cui più si è parlato nelle ultime settimane anche perché la sua giovane fondatrice, Alexia Akbay, è molto attiva sui social network e pure su YouTube. Non è un caso che siano hawaiane, perché là, in mezzo all’oceano Pacifico, la Asparagopsis taxiformis e la Asparagopsis armata le mangiano pure le persone. Symbrosia sta cercando finanziatori e sostegno economico per partire con la produzione attravereso l’acquacoltura, mentre Blue Ocean Barns li ha già trovati e sono piuttosto importanti, visto che fra loro ci sono anche compagnie del settore food come Starbucks.

Ancora: c’è l’agricoltore canadese Joe Dorgan, che sull’isola del Principe Edoardo, al largo della Nuova Scozia, in Canada, ha co-fondato North Atlantic Organics e vende agli allevatori il foraggio “potenziato” con le alghe rosse. Per avere un’idea del prezzo, una confezione da 30 kg costa circa 50 dollari.

Emanuele Capone

Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.

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