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Pizze, biscotti, frutta, verdura, pranzi e cene: il cibo a domicilio ce lo portano i robot

Migliaia di robot si spostano ogni giorno fra negozi e ristoranti e le nostre case: sembra fantascienza, ma già succede negli Usa e in Asia. Ecco le ragioni di questo cambiamento e come influenzerà il nostro lavoro

02/09/2021

C’è una puntata di Black Mirror, una serie visibile in streaming su Netflix (è la numero 3 della stagione 4), in cui una pizza a domicilio viene consegnata da un veicolo a guida autonoma: a bordo non c’è nessuno, il cliente lo aspetta sul marciapiede, prende il suo cibo e il robot se ne va. È fantascienza, si dirà. Non più, non solo: ci sono tantissime città, soprattutto in America e in Asia, dove questa cosa accade davvero, dove davvero le macchine stanno iniziando a occuparsi delle consegne. Non solo della pizza da asporto, ma pure della frutta e della verdura, di quello che mangiamo quotidianamente.

Per parlare di questo fenomeno, che sta assumendo proporzioni sempre più grandi, partiremo comunque da uno dei cibi italiani più amati al mondo, mentre alla fine risponderemo alle domande che vi ronzano in testa da quando avete letto il titolo. Quali domande? Quelle su cosa succederà alle persone, sul rischio che vengano licenziate e perdano il loro posto di lavoro. Cercheremo di capire se è davvero così e com’è andata nelle altre occasioni in cui il progresso ha cambiato la storia del mondo.

Se la pizza te la consegna un robot

La catena Domino’s Pizza ha iniziato a fine aprile a effettuare le consegne in un quartiere piuttosto grande della città americana di Houston con un veicolo elettrico a guida autonoma. Un robot a quattro ruote, insomma: si chiama R2 e al momento dell’ordine il cliente può decidere se servirsi di lui o farsi portare la pizza nel modo tradizionale. All’antica, cioè. Se sceglie R2, può seguirne gli spostamenti attraverso il Gps, avere notifiche periodiche sulla sua posizione e sull’orario di arrivo sotto casa, così da aspettarlo, digitare il codice Pin che ha ricevuto, aprire lo sportello e prendere la pizza. E salutare R2, eventualmente.

Il robot, che è stato in sperimentazione per quasi due anni prima di iniziare a lavorare, è prodotto da Nuro, una startup messa in piedi da due ex dipendenti di Google (la sede è a Mountain View, a poca distanza da quella di Big G) che la scorsa primavera ha avuto il via libera del governo per utilizzare in alcune aree urbane circa 5mila R2 per le consegne. Capito? Già adesso, in questo esatto momento, migliaia di robot si aggirano per le strade americane portando merce da un capo all’altro delle città.

Un altro esempio arriva da Miami e ha di nuovo a che fare con il cibo e con Google: Reef e Cartken, una startup fondata da altri ex dipendenti del colosso di Internet, usano piccoli robot a 6 ruote, guidati dall’intelligenza artificiale, per le consegne a domicilio di pranzi e cene in un raggio di poco più di un chilometro dai ristoranti che hanno accettato di fare parte della sperimentazione. Perché in questo caso, di questo si tratta: se andrà a buon fine, l’idea è quella di espandersi a Fort Lauderdale (sempre in Florida), oltre che a Dallas, Atlanta, Los Angeles e New York.

Ancora: dalla fine del 2020, Kfc ha iniziato a Shanghai i test con veicoli a guida autonoma per le consegne del suo celebre pollo fritto, Starship Technologies sta ampliando la flotta di 1000 robottini che già hanno fatto oltre 1,5 milioni di consegne in una ventina di campus universitari negli Usa e Walmart (insieme con General Motors, Honda e molti altri) ha investito milioni di dollari in Cruise, una startup impegnata nello sviluppo di macchine che guidano da sole. E che in futuro potranno magari essere usate per recapitare ai clienti quello che compreranno onine su walmart.com.

E il resto del cibo? E la frutta e la verdura di cui si diceva all’inizio? In questa rivoluzione entrano anche questi prodotti e a giudicare dalle aziende coinvolte, il vero cambiamento epocale sarà qui, più che nella consegna delle pizze. La più grossa è la britannica Ocado, definita “la Amazon dei prodotti freschi”: nei giganteschi magazzini in Ohio e in Florida messi in piedi insieme con l’americana Kroger, già oggi oltre 1000 robot si occupano di organizzare la merce e prepararla per essere spedita, gestendo in una sola giornata poco meno di 30mila ordini, pari a quelli raccolti quotidianamente da una ventina di negozi singoli. Il prossimo passo è l’automatizzazione delle consegne: di recente, Ocado ha investito quasi 14 milioni di dollari nella startup Oxbotica, che lavora proprio per sviluppare veicoli a guida autonoma. Che entro un paio d’anni usciranno dai centri di smistamento per portare frutta e verdura a casa dei clienti.

Quello delle consegne fatte dalle macchine è un trend in crescita da tempo, ma cui la pandemia e l’ansia da contagio hanno dato una decisa accelerata: l’impiego dei robot riduce drasticamente i contatti fra persone e i rischi di trasmissione delle malattie, un dettaglio cui chi compra sembra essere sempre più sensibile. Con buona pace dei rapporti umani, ma tant’è.

È qualcosa cui sta pensando anche Target, la gigantesca catena di supermercati americani (a oggi ha oltre 1900 punti vendita), che per fare fronte al costante aumento di consegne a domicilio sta usando software creati ad hoc per ottimizzare le tempistiche e i turni di lavoro e anche si è dotata di un team interno di corrieri nella speranza che siano più veloci ed efficienti dei soliti Ups, Dhl e simili. Al momento sono tutti umani, ma in futuro non è improbabile l’impiego anche di personale meccanizzato.

Il cibo arriva (anche) dal cielo

Sin qui quel che succede a terra, sulle strade, a livello dell’asfalto. Ma in aria? In Black Mirror si parla anche di consegne che arrivano dal cielo, ma nel mondo reale come siamo messi? Siamo messi più o meno come avevano immaginato gli autori della serie: l’esempio più interessante è quello di Zipline, una startup fondata a San Francisco nel 2014, che da 3-4 anni effettua consegne con i droni in alcune zone dell’Africa (soprattutto in Ruanda, Ghana e Nigeria) e negli Stati Uniti (in North Carolina e Arkansas) e presto arriverà anche in Giappone. I suoi droni sono attivi 24 ore su 24, servono una popolazione di circa 25 milioni di persone (che dovrebbero salire a 40 entro fine anno), possono volare in autonomia per 300 chilometri, sinora hanno fatto oltre 150mila consegne e consegnano un po’ di tutto: dal cibo alle medicine, ai vaccini anti-Covid.

Un altro caso è quello di Wing, una società controllata da Google che già dal 2019 usa i droni per recapitare medicinali, torte, tacos, caffè e altro cibo a domicilio in una piccola zona residenziale di Christiansburg, nello Stato americano della Virginia. Dalla scorsa primavera, alla lista dei prodotti disponibili si sono aggiunti pure i biscotti. Non biscotti qualunque, ma i biscotti fatti dagli scout, che negli Usa sono un po’ un’istituzione. Sì, proprio quelli che solitamente vengono venduti porta a porta, come si vede in tantissimi film e come a causa del coronavirus è sempre più difficile fare. Da qui l’idea di farli arrivare dal cielo: “È un cambiamento epocale - ha detto una giovanissima scout all’Associated Press - è meglio per l’ambiente ed è meglio pure per chi compra, che potrà raccogliere i suoi biscotti in giardino anche stando in pigiama”.

Gli esempi fatti sin qui, che non riguardano l’Italia perché nel nostro Paese sperimentazioni e test devono ancora essere autorizzati e partire, sono tutti casi del cosiddetto “ultimo miglio”: che si tratti di pizze, cene a domicilio, frutta o verdura fresca (o biscotti), i robot fanno solitamente poca strada. Non è che escono dal magazzino e si fanno tutto il viaggio sino a casa del cliente, ma si muovono in un raggio delimitato intorno al ristorante o al negozio da cui sono partiti. Completano solo la parte finale della consegna. Perché? Soprattutto per ridurre i rischi che qualcosa vada storto, per diminuire le chance di incontrare semafori, incroci pericolosi, altri veicoli, persone: meno strada c’è da fare, meno possibilità ci sono di fare incidenti.

Amazon, che ovviamente non poteva essere esclusa da questa cosa, sta facendo proprio questo e già da inizio 2019 usa piccoli robot, chiamati Scout, per le consegne in molte città degli Stati Uniti: dalla California al Tennessee, dal Texas a Washington. Funziona più o meno come con la pizza di Domino’s: quando si fa l’ordine si viene avvisati della possibilità di farselo consegnare da una macchina, si accetta, si sceglie un orario e un luogo e per 30 minuti il robot sarà nel punto stabilito; lo si può avvicinare, aprire il vano di carico e prendere il proprio pacco. Per ora, gli Scout non lavorano da soli: arrivano su un furgone nel quartiere interessato e vengono attivati da alcuni colleghi umani, che li seguono a distanza e controllano che non ci siano problemi. Coprono l’ultimo miglio, insomma.

La questione del nostro lavoro

Come si diceva all’inizio, quando si parla di robot e automazione, che si tratti di fabbriche, uffici, centri commerciali, parcheggi o caselli autostradali, la prima reazione a queste notizie è di timore e preoccupazione. Ma in realtà, soprattutto sul medio-lungo periodo, la tecnologia ha sempre creato lavoro invece di distruggerlo:

- quando i bancomat vennero introdotti negli Usa nel 1979, si pensò che i cassieri sarebbero stati licenziati tutti, ma avvenne esattamente il contrario, perché la tecnologia permise di rendere le filiali più efficienti e meno costose da aprire: nel 1970 c’erano circa 200mila cassieri negli Usa, saliti a 400mila un decennio dopo. E oggi? Oggi, secondo il governo americano, sono circa 450mila;

- restando agli Stati Uniti, che spesso anticipano quello che accade nel resto del mondo occidentale, a marzo 2021 c’erano oltre 140mila richieste di personale specializzato nelle intelligenze artificiali, ma poco più di 25mila possibili candidati: c’era molto più lavoro che persone capaci di svolgerlo;

- più in generale, a livello mondiale, secondo un report del Massachusetts Institute of Technology, più del 60% dei lavori svolti oggi, negli anni Quaranta nemmeno esistevano e sono nati grazie al progresso.

Intendiamoci: sono dubbi leciti, tanto che ne abbiamo già scritto parlando dei progressi dell’agricoltura e di come la tecnologia possa contribuire a renderla più efficiente e sostenibile. Allora ricordammo che l’idea non era quella di rubare lavoro ai contadini ma di permettere ai contadini di continuare a farlo, il loro lavoro. E anche qui l’idea è più o meno la stessa.

C’è una cosa che è sicuramente vera: molti di questi nuovi lavori sono e saranno ad alta specializzazione, quindi è probabile che nel tempo vada a calare la domanda di personale umano per svolgere quelli faticosi, usuranti, pericolosi. Che comunque sono quelli che già cerchiamo di non fare e che sempre di più saranno fatti dalle macchine. Mentre noi (si spera) potremo concentrarci su professioni più soddisfacenti, stimolanti e meglio remunerate.

Per un delivery più efficiente e sostenibile

Come spesso facciamo su Cucchiaio.it, capito tutto che questo che si può fare (anzi, che già si fa) e che i rischi per la nostra specie sono minori di quelli che potremmo pensare, cerchiamo di capire perché. Perché succede tutto questo? Le ragioni sono principalmente due, e sono collegate fra loro.

Innanzi tutto, complice anche la pandemia, i lockdown e le quarantene, nell’ultimo paio d’anni abbiamo ordinato online tanto, tantissimo. Ci siamo fatti portare a casa di tutto, dai libri ai videogiochi, dal vino alla biancheria intima, ma soprattutto ci siamo fatti portare da mangiare: secondo una ricerca del Politecnico di Milano e di Netcomm, il cosiddetto settore del food delivery ha fatto segnare in Italia entrate per quasi 570 milioni di euro e una crescita del 56% rispetto al 2018. A livello mondiale le stime parlano di un valore di mercato vicino ai 120 miliardi di dollari e una crescita anno su anno che sfiora il 30%. È un volume d’affari talmente grande che le aziende faticano a stargli dietro e cui gli stessi corrieri faticano a stare dietro. Ed è qui che entrano in gioco robot e droni, che possono aiutare gli umani a lavorare meglio, togliendo loro parte dei compiti più gravosi.

L’altro motivo è legato all’ecologia, perché trasportare ogni giorno decine di migliaia di pacchi, contenitori di cibo, scatole e scatolette significa muovere ogni giorno decine di migliaia di auto, camion e scooter che consumano carburante e inquinano: secondo una recente indagine di Sendcloud, piattaforma che fa da intermediario fra i grandi siti di e-commerce e le aziende che si occupano del delivery, più della metà degli italiani (per la precisione, il 55%) ritiene che la consegna dei pacchi rappresenti un problema per l'ambiente e per il 35% spetterebbe al rivenditore impegnarsi per rendere le spedizioni più sostenibili. Sempre secondo Sendcloud, una buona parte dei consumatori sarebbe pronta a scendere a qualche compromesso per questo: il 77% degli intervistati si è detto disposto ad aspettare più a lungo per ricevere un pacco, un altro 70% è favorevole a ritirare la merce in un punto di raccolta (così da ottimizzare gli spostamenti di chi fa le consegne) e il 73,5% è “disposto a valutare altre soluzioni di consegna”.

Presentando i risultati dello studio, Rob van den Heuvel, amministratore delegato di Sendcloud, ha sottolineato che “la sostenibilità è un tema importante nel settore della logistica e questi risultati mostrano che i consumatori comprendono l'impatto ambientale dei loro acquisti”, ricordando che “le consegne con veicoli e biciclette elettriche sono ormai attive in diverse parti dell'Europa”. Se a questo si aggiungono (o si aggiungeranno) robot e droni, che hanno un consumo di energia risibile rispetto ad altri mezzi di trasporto, si capisce bene perché sta succedendo quello che sta succedendo.

L’ultimo ragione, banalmente, è che ci evolviamo e che per fortuna la tecnologia permette di fare meglio e in modo diverso quello che si pensava non si potesse fare diversamente. L’importante, per quanto riguarda consegne con robot e droni, è che non vada a finire come va a finire in Black Mirror… 

Emanuele Capone

Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova ed è nella redazione di Italian Tech 

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