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Al rogo le Beer Firm!

Data pubblicazione 07.05.2014
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È il tema della settimana nel mondo birrario europeo: un pugno di piccoli birrifici del Belgio stavolta si è davvero inalberato e ha scritto una lettera al quotidiano Le Soir (qua in inglese) per denunciare quelle che a loro modo di vedere sono le pratiche commerciali scorrette da parte delle cosiddette beer firm, fondamentalmente l'abuso del termine di birrificio da parte di chi non possiede realmente l'impianto, il tutto condito da varie accuse riguardo a questo modo di fare birra evitando grossi investimenti iniziali e ciò che ne comporta. Siccome questa pratica si sta diffondendo parecchio anche da noi e i malumori nei birrifici serpeggiano la cosa sta alzando un discreto polverone.

Prima di tutto: cos'è una beer firm? Molto semplice, è un "birrificio" in outsourcing, o meglio una birra conto terzi, un marchio. Si affitta un ciclo produttivo di un impianto altrui e si realizza la propria birra da commercializzare con il proprio logo. Esistono diversi birrifici che si prestano a questa pratica, qualcuno lo fa in maniera quasi esclusiva, altri solo per aumentare l'utilizzo del proprio impianto che altrimenti non risulterebbe saturato. Nulla di nuovo insomma, un modello che troviamo spesso nel settore alimentare e non solo, dai succhi di frutta alla pasta alle scarpe da tennis, eppure la cosa prevedibilmente ha finito per stare sulle croste a molti piccoli produttori che non fanno terzismo. In Belgio peraltro il fenomeno non è certo una novità, il birrificio De Proef da quasi vent'anni produce quasi esclusivamente per le beer firm, ma la sensazione ultimamente è un po' quella dell'invasione: su 5 etichette nuove che potete trovare gironzolando per locali e festival, diciamo che 4 probabilmente sono di beer firm. Anche in Italia la questione sta assumendo dimensioni rilevanti e non è sempre semplice capire con chi si ha a che fare.

Naturalmente c'è modo e modo di fare il terzista: c'è l'appassionato che dopo dodici anni di homebrewing a casa col pentolone vuole fare il grande salto ma è a corto di fondi e decide di partire così, per fare un test e cercare la sua fetta di mercato prima di fare il salto ulteriore, c'è il grossista di bibite gassate che ha già tutta la rete commerciale, ha fiutato che la birra artigianale "tira" e vuole metterne una sua in portafoglio, c'è il pub che vuole la propria birra, c'è il frescone che pensa di essere un genio e che con la birra si facciano soldi a palate e sapendo a malapena cos'è il luppolo si fa fare una cotta e poi va in giro con la station wagon piena di cartoni sperando di venderli. C'è anche modo e modo di lavorare: c'è chi segue ogni cotta e birrifica la propria ricetta, magari usando in prima persona l'impianto, c'è chi manda la ricetta via fax, c'è chi dice al birraio titolare del birrificio di fare lui una bella "rossa corposa" (sic!) perché in fondo non ci capisce niente di produzione (e di birra). Due soli sono i fatti inoppugnabili: possedere e conoscere il proprio impianto e le proprie materie prime e controllare la produzione giorno per giorno è molto importante e non è pienamente realizzabile dalla beer firm, però alla fine quello che conta davvero per il consumatore è la qualità di ciò che ti trovi nel bicchiere e il suo prezzo. Inutile dire che la beer firm ha un costo della birra superiore a quello del birrificio e margini molto risicati se non fa vendita diretta. Ma quando parecchi birrifici non sono sempre gestiti in maniera efficiente e faticano ad arrivare a certi livelli produttivi, allora anche per loro i costi aumentano, i margini si riducono e le beerfirm diventano una minaccia. Altrimenti sono semplicemente concorrenza e rosicano.

La questione è spinosa e come tante cose della vita non esiste solo il bianco e il nero ma anche i toni di grigio, difficile trovare il punto del discrimine. Qualche folle ipotizza il proibizionismo verso le beer firm, o forse un diverso trattamento fiscale, idea che qualsiasi antitrust farebbe colare a picco in breve tempo. D'altra parte, più di un birrificio "reale e fisico" a volte opera come una beer firm: capita di avere picchi produttivi e di esaurire la capacità produttiva in cantina, per soddisfare la domanda alcuni realizzano cotte presso altri birrifici a nome del proprio birrificio, ovviamente sotto stretto controllo produttivo. Un mercato sano e competitivo deve prevedere diversi modi di operare e premia chi è più bravo - la qualità non è un dettaglio eh... -  ed efficiente. Una beer firm parte con minori investimenti e sfruttando parte del know how altrui a fronte di un costo finale maggiore e di una identità di mercato tutta da costruire e che non può certo riprendere quella tradizionale del birrificio "fisico": la beer firm Mikkeller nel bene e nel male ha fatto scuola ed è un chiaro esempio di successo.

La questione in realtà è piuttosto semplice. Il nodo vero non è simpatizzare o boicottare le beer firm, ognuno beve come e ciò che preferisce, ma la TRASPARENZA. Nella ridondanza demenziale della burocrazia italiana ed europea manca una tutela per il nome "birrificio" e per il consumatore è impossibile capire chiaramente se ciò che sta bevendo è prodotto da un birrificio o conto terzi, se non forse spulciando con la lente di ingrandimento qualche codice accisa magari scritto in esadecimale. Se sei un birrificio produci la totalità o quasi della produzione annua col tuo impianto, altrimenti sei una beer firm e non potrai chiamarti Birrificio XYZ. Ti chiamerai Birra XYZ, o XYZ e basta, decidi tu, e avrai l'obbligo di indicare chiaramente in etichetta che sei un terzista e dove produci, possibilmente scrivendo nomi e cognomi e non sigle incomprensibili. E vissero felici e contenti.

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