Quando sento parlare di doppio malto, metto mano alla pistola. Nonostante la fonte di questo infelice aforisma sia uno dei peggiori farabutti della storia dell’uomo, non me ne sovvengono di migliori per trasmettere lo sgomento che agita qualsiasi
publican esperto di fronte alla ricorrente richiesta “fammi una doppio malto”. Non ve lo dicono, ovvio, devono pur campare anche loro. Ma vi assicuro che lo pensano. E se non lo pensano, semplicemente non sono dei buoni publican.
Immaginate che effetto vi farebbe qualcuno domandandovi un vino passato in
barrique. Quale? Boh… faccia lei, l’importante è che sia
barricato. Se vi chiedessero un vino DOC, ma uno qualsiasi, bianco, rosso, basta che sia DOC. O un vino che fa almeno 14 gradi, Amarone, Timorasso, Porto Vintage,
chissene, ma che sia forte mi raccomando che a me piacciono solo i vini “pastosi”. Se vi ha colto un brivido, potete immaginare l’angoscia che pervade qualsiasi talebano della birra – mio malgrado mi fregio di essere uno di loro – ogni qualvolta si trovi al di fuori della propria riserva protetta nell’
underground birrofilo.
E allora diciamolo una volta per tutte: doppio malto da un punto di vista organolettico e di cultura birraria non vuole dire niente. Ribadisco: assolutamente niente. E’ un obbrobrio. Liberiamocene. Doppio malto indica solamente due cose: la prima è che chi usa questo termine ha una scarsa conoscenza del prodotto birra. E vabbé, nessuno nasce imparato. La seconda, più importante, è la denominazione con la quale il fisco definisce la birra che state bevendo. Le accise sulla birra nel nostro paese vengono fissate in base alla quantità di zuccheri presenti nel mosto. In soldoni si tratta di misurare il peso specifico del mosto, esprimendolo in
grado plato, ed in base a quello applicare un'aliquota ad ogni ettolitro prodotto. Il legislatore ha definito come doppio malto la birre aventi il grado plato più alto, spesso corrispondente alle birre più alcoliche, spesso ma non necessariamente poiché non è matematico che tutti gli zuccheri vengano trasformati in alcool. Per avere una maggiore quantità di zuccheri nel mosto occorre normalmente una maggiore quantità di malto (o altri zuccheri), da lì probabilmente nasce l’idea di doppio malto.
In realtà nell’estrazione degli zuccheri dal malto entrano in gioco altre variabili, ma è meglio non divagare. Quindi le birre che ricadono nella famigerata categoria “doppio malto” pagano un’accisa più alta e hanno la possibilità di indicare in etichetta questa dizione. Da lì al marketing più becero, supportato dalla solita faciloneria, il passo è stato breve ed oggi, dal ragazzino in cerca del colpo di grazia al giovane che vuole provare una birra “importante”, tutti quanti hanno un’unica certezza birraria inossidabile: la DOPPIO MALTO. Cos’abbiano poi in comune un’ambrata Doppelbock tedesca piuttosto che una scura ed impenetrabile Russian Imperial Stout resta un mistero, ma meglio non farsi domande scomode, si rischiano figuracce. Sono cose che raccontate all’estero fanno rotolare dalle risate gli esperti e lasciano allibiti i gestori di fronte alle richieste dell’italico avventore.
Vi sognereste mai di ordinare un vino in base alla sua denominazione fiscale ed alle accise che il produttore ha versato all’erario? Vi risulterebbe difficile visto che il vino non è soggetto ad accisa… Beh, comunque non fatelo nemmeno per la birra. Ci sono tanti modi per scegliere: i più rodati fanno sempre riferimento ad uno stile per capire con che prodotto hanno a che fare, oppure al tipo di fermentazione, o al legame con determinate tradizioni birrarie. Va benissimo anche chiara – ambrata (mai rossa!) – scura – dolce – amara – fruttata – alcolica. Ma prima di approfondire tutto questo, prima di qualsiasi altro discorso, stabiliamo il primo comandamento del birrofilo italiano:
doppio malto può voler dire tutto, ma di sicuro non vuol dire nulla.
Stefano Ricci si definisce nel suo blog in inglese Italian Pint "First of all a beer lover", ma è molto altro: membro di MoBi (Movimento Birrario Italiano) per il cui magazine scrive, è assaggiatore certificato Unionbirrai, giudice di concorsi professionali e homebrewing, scrittore caustico e commentatore intransigente. Ha incontrato AdG per la prima volta in un contesto infuocato. Ora ha accettato di darci qualche suggerimento per trovare la retta via. Birraria. Il che dimostra che si può partire da punti di vista molto differenti, ma con un minimo di buon senso si può mettere a fattor comune la comune passione.
NdR: l'immagine si riferisce alla Super Baladin di Teo Musso, l'unica che ho trovato nel mio "disco duro". Il riferimento al mordace titolo del post è dunque puramente casuale, e non implica nessun giudizio di merito per il produttore.