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Perché ci piace mangiare?

Data pubblicazione 06.09.2016
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L’interrogativo sul perché l’essere umano ami mangiare è solo apparentemente semplice.

È possibile individuare almeno due fattori per cui la risposta a tale interrogativo è tutt’altro che scontata: in primo luogo motivazioni di tipo prettamente neurofisiologico si intrecciano a motivazioni di ordine psicologico e socio-culturale; in secondo luogo, si tratta di un ambito in cui è esperienza comune che desideri e piaceri sani possano sfociare in attitudini psicopatologiche, e il confine tra questi livelli è di difficile individuazione.

Tenendo dunque conto di queste due premesse, possiamo incominciare a delineare alcune riflessioni a partire da cosa la ricerca scientifica ha da dirci, e da quello che, sul piano più prettamente psicologico, la psicoanalisi può aiutarci a capire sulle differenze sane e patologiche tra piacere, desiderio e bisogno.

“Drogati” di cibo?

Le neuroscienze, ovvero quell’insieme di discipline che studiano le corrispondenze tra i nostri comportamenti e le nostre aree cerebrali, nell’ultimo decennio hanno sempre più indagato l’accostamento tra l’attivazione cerebrale delle aree del piacere e della ricompensa nei comportamenti dell’alimentazione e dell’uso di sostanze.

È stato infatti riscontrato che esistono delle ampie vie cerebrali in comune a questi due comportamenti, e in particolare alla sensazione di piacere che essi provocano soggettivamente: in altre parole, il nostro cervello attiva aree neuronali simili sia quando assumiamo delle sostanze stupefacenti e quando mangiamo alcuni tipi di cibi – ad esempio quelli ad alto contenuto di zuccheri – sia quando anticipiamo mentalmente la loro assunzione.

Ad esempio, in sperimentazioni animali si è mostrato come la ripetuta assunzione di zuccheri possa sensibilizzare i recettori cerebrali della dopamina in modo simile all’uso di sostanze psicotrope; altri studi invece, questa volta attuati su persone tramite tecniche di neuroimaging – vale a dire delle tecniche innovative che permettono di visualizzare in vivo quali aree cerebrali si attivano in corrispondenza ai comportamenti messi in atto –  hanno mostrato somiglianze significative tra le risposte fisiologiche all’anticipazione di cibi appetibili e a quella dell’uso di droghe.

Sulla base di queste sollecitazioni della ricerca, si potrebbe quindi cominciare ad abbozzare una prima considerazione: la fisiologia del nostro cervello gioca parte importantissima non solo nel rendere soggettivamente piacevole l’assunzione di cibo – e di alcuni cibi più di altri! – ma addirittura in modo paragonabile per certi aspetti ai casi di assunzione di sostanze che, come noto, hanno un enorme impatto sul nostro sistema nervoso.


Ma è solo una questione di chimica? CONTINUA A LEGGERE >>


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