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Dal 22 al 24 gennaio, a Rho, la quindicesima edizione di Olio Officina Festival mette al centro la dimensione sensoriale dell’olio extra vergine: degustazioni, libri, design e dibattiti per restituire voce a un alimento troppo spesso ridotto a un’etichetta
Per molti consumatori l’olio è ancora una presenza silenziosa, una bottiglia allineata sullo scaffale che dice poco o nulla di ciò che contiene.
Eppure dietro a quell’etichetta convivono oltre cinquecento cultivar italiane, territori, stagioni, mani, tecniche e scelte agronomiche che cambiano radicalmente il profilo di ogni extra vergine.
È proprio contro questa “deprivazione informativa” che nasce la quindicesima edizione di Olio Officina Festival, in programma dal 22 al 24 gennaio al Centro Congressi Mantovani Furioli di Rho, che per il 2026 sceglie una parola chiave tanto semplice quanto rivoluzionaria: sensoriale.
L’idea di fondo è riportare l’olio nel campo dell’esperienza. A guidare questa visione è Luigi Caricato, fondatore e direttore del Festival, che da anni denuncia la contraddizione di un comparto di altissima qualità costretto a esprimersi, per legge, in un vocabolario poverissimo. Tre parole – fruttato, amaro, piccante – per descrivere un universo di sfumature che può spaziare dal pomodoro alla mandorla, dal carciofo alla mela, dalla foglia verde alle note floreali.
Un linguaggio che non rende giustizia né ai produttori né ai consumatori e che finisce per raggruppare oli da cinque e cinquanta euro sotto la dicitura astratta di “olio di categoria superiore”.
Il Festival si apre giovedì 22 gennaio con uno spettacolo teatrale, Boccascena, firmato da Lorena Nocera e ispirato agli studi di Rosalia Cavalieri sul linguaggio dei sensi. Perché prima ancora di essere assaggiato, l’olio va raccontato e il racconto passa anche dal corpo, dalla voce, dalla scena.
Nei due giorni successivi, venerdì e sabato, il programma si articola in talk, incontri con produttori ed esperti, presentazioni di libri e un progetto che unisce olio e design, dedicato quest’anno alla ceramica come materiale per le bottiglie.
Accanto alla riflessione culturale e normativa, il cuore pulsante della manifestazione resta l’assaggio. Degustazioni guidate, laboratori sensoriali, masterclass sulle olive da tavola, sugli aceti e sui condimenti, confronti tra oli italiani e internazionali: un mosaico di esperienze che permette di toccare con mano quanto un extra vergine possa cambiare un piatto.
Tra le novità del 2026 c’è anche l’analisi sensoriale delle fritture, per capire come uno stesso alimento si trasformi a seconda dell’olio utilizzato, un tema cruciale per chi cucina ogni giorno e spesso sottovaluta l’impatto della materia grassa sulla resa finale.
Olio Officina Festival si differenzia da una semplice rassegna gastronomica per la sua volontà di interrogare le regole che governano il settore. Una delle giornate è dedicata al nodo della legislazione e della burocrazia, con particolare attenzione al panel test, strumento nato per tutelare la qualità, ma che può trasformarsi in una spada di Damocle per i produttori di olio.
A questo si aggiungono norme sull’etichettatura spesso paradossali, capaci di sanzionare un carattere tipografico o una parola di troppo e di impedire una narrazione che aiuterebbe il consumatore a orientarsi durante l’acquisto.
Durante il Festival vengono presentati anche due volumi che affrontano il tema da prospettive complementari: uno dedicato al rapporto tra olio, sensi e neuromarketing, l’altro alla storia e all’evoluzione dell’analisi sensoriale.
Olio Officina Festival 2026 si muove dunque su un doppio binario: da un lato offre al pubblico un’esperienza concreta, fatta di assaggi e confronti, dall’altro propone una riflessione più ampia sulla cultura dell’olio in Italia. Un Paese che possiede il patrimonio varietale più ricco al mondo, ma che spesso non riesce a comunicarlo.
A Rho, per tre giorni, quell’universo di colori, profumi e sapori torna finalmente a essere percepibile. Perché l’olio, prima di essere una sigla su un’etichetta, è una storia che passa dai sensi.