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L'Aquila

Data pubblicazione 25.12.2012
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VOTO MEDIO
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DI STEFANO CAFFARRI
L'Aquila
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Arrivare di sera a L'Aquila. Antologia dello smarrimento. La ragazza imprigionata nella scatola del navigatore continua a consigliarti deviazioni, ma le strade chiuse sono tante. Altre impraticabili. Poi gli Alpini: cortesi, fermi. Signore, mi spiace, lei deve tornare indierto, Ho l'albergo, Mi dispiace. Dispiace anche a me, ma non per i 430 metri che percorro a piedi con 10 chili di fotocamere e pc e calzini e doppia camicia.



Mi dispiace perchè L'Aquila è una città che ha dimenticato di esistere.



Il giorno dopo credi che sia deserta perchè la cammini la mattina presto: invece è deserta perchè una città abbandonata. Il centro storico potrebbe essere il set di un film catastrofico ad alto budget di virus infernali, di bombe annientanti, di invasioni di trifidi. Congelato, svuotato in un istante di oltre mille giorni fa.



Quella città ingabbiata in esoscheletri di legno e acciaio, con le trippe ancora riverse di fuori nelle stradine chiuse e fungose, pettinata da schiere di tubi innocenti, regala senza esitazione metafore. Ogni angolo potrebbe essere la visione di un viaggiatore spaziotemporale catapultato in un mondo abbandonato, di un paese lasciato per improvvisa mancanza d'acqua, per le mille cause. Una città fantasma pensi.



Eppure no: gli aquilani - giovani - stanno ancora lì, nello slargo di Corso Vittorio fuori i bar dello spritz. Brusio che si fa rombo nel mezzogiorno. Eppure le attività commerciali sono ferme. Le vetrine spaccate. Le finestre puntellate. I muri putrellati.



Il muro dei graffiti, il vociare leggermente troppo alto dei ragazzi in piazza: dall'altra parte i soldati. Il silenzio nero. L'erba infestante sulle strade. Le domande appese per aria: perché, dopo più di mille giorni, questa città magnifica e bella, gonfia di cose così meravigliose che ci potresti portare apposta un giapponese di Fukushima, o un americano di Austin. O anche semplicemente un italiano di Reggio, o di Sant'Agata del Fulmine.  Perché il centro sta in questa condizione di animazione sospesa? Perchè non è morto, lo dicono - in ardua dimostrazione per assurdo - quelle catene alle porte. Testarde, a chiudere uno spazio che pare così tanto violato da non aver più alcun senso di appartenenza. E invece, qualcuno lo cura, lo custodisce.



E' Natale, e sulla pagina on line del Cucchiaio d'Argento oggi poteva andare una sequenza di tavole imbandite, capponi e tacchini, e panettoni. Abbiamo pensato a L'Aquila. Un contributo quasi irrilevante, di fronte alle proporzioni del disastro. Ma per una volta, ricordarsi dei dimenticati è un buon Natale.

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