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La Drunkoressia: capiamo di che cosa si tratta

Data pubblicazione 30.09.2016
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La parola drunkoressia è un neologismo anglofono e riunisce in sé i termini anoressia e drunk, “ubriaco”. Parafrasando, quindi, si potrebbe dire che indica la tendenza ad associare delle condotte di restrizione alimentare a delle condotte di abuso alcolico. Questo fenomeno comportamentale, di cui negli Usa si parla già da qualche anno, sta gradualmente raggiungendo l’attenzione anche della realtà italiana, dove, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, si può parlare di ormai circa trecentomila casi nella fascia dei giovanissimi (13-18 anni).

È importante sottolineare che il termine drunkoressia è una invenzione di tipo mediatico, e non una categoria medico-diagnostica ufficiale: di fatto, non sta ad indicare una patologia alimentare conclamata al pari di anoressia e bulimia, ma è stato coniato per definire una tendenza comportamentale patologica ormai sufficientemente diffusa da costituire un fenomeno sociale.

Il temine è in parte anche criticabile, in quanto ci informa sul tipo di comportamenti chiamati in causa – restrizione alimentare unita ad abuso alcolico – ma non sulla relazione tra di essi. In altre parole, potrebbe essere molto importante chiarire il seguente interrogativo: le persone che sviluppano questo tipo di comportamento, bevono in eccesso al fine di anestetizzare lo stimolo della fame o, viceversa, riducono i loro apporti alimentari al fine di rendere più immediato ed inebriante l’effetto dell’alcool?

Il primo fattore di interesse risiede già a questo livello di definizione e terminologia. Si è infatti di fronte ad un fenomeno che è molto importante distinguere da quello della psicopatologia anoressica: la restrizione alimentare nell’anoressia è fortemente incentrata su delle dimensioni di controllo e rinuncia al piacere, elementi il cui significato, invece, sembra completamente rovesciato nel fenomeno della drunkoressia, in cui il mangiare poco o nulla è invece finalizzato ad una amplificazione del piacere procurato dall’abuso alcolico. In altre parole: la persona non trae gratificazione dalla rinuncia e dal conseguente senso di controllo onnipotente su di sé, ma in modo studiato si priva di una regolare alimentazione instaurando un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda di chi sia l’osservatore…) in cui l’essere “a stomaco vuoto” rende più veloce e potente l’effetto degli alcolici consumati i quali, allo stesso tempo, anestetizzano in circuiti cerebrali deputati al controllo della fame e sazietà, permettendo alla persona di non sentire il bisogno di cibo.

Fatta questa distinzione, può essere messo in evidenza un secondo fattore di interesse, che ci porta al valore fortemente prestazionale e consumistico del fenomeno drunkoressia. Infatti, come precedentemente mostrato, la restrizione alimentare si sgancia in questo caso da un bisogno soggettivo di controllo e padronanza, ma al contrario diviene fattore “artificiale” funzionale al potenziamento di un piacere, altrettanto artificiale, di alterazione alcolica. In questo senso, il comportamento disfunzionale – privarsi di una alimentazione regolare – appare come esclusivamente orientato dal bisogno di sostenere la doppia performance di abusare di alcool in un contesto sociale allargato, quindi socialmente apprezzato e confermante, ma allo stesso tempo tenere a bada l’apporto calorico e il relativo peso corporeo per rimanere in forma e attraenti, ancora una volta elemento valoriale della nostra società contemporanea.

Se è realistico pensare, come i dati di ricerca sembrano suggerire, che questo fenomeno sta diffusamente prendendo piede anche nella nostra realtà italiana, si impone urgente una riflessione su come contrastarlo, e non solo a livello clinico, ma a partire da noi singoli soggetti che di questa società facciamo parte: se il terreno in cui la drunkoressia si sviluppa è quello di un contesto sociale teso esclusivamente alla performance a discapito del benessere fisico e psicologico individuale, il modo più efficace per combatterne la deriva è quello di muoversi – nel nostro micro cosmo sociale, nelle nostre famiglie, nei nostri affetti – in senso contrario, quindi conoscendo il fenomeno, prestando attenzione alla sofferente superficialità che lo caratterizza, ma soprattutto dando noi per primi un valore ad uno sguardo attento e profondo che sfugga all’unico idolo della performatività.



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