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L’export alimentare italiano ha retto alla pandemia: ecco perché è andata (quasi) bene

Data pubblicazione 02.02.2021
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Bene ma non benissimo, che però poteva anche essere male, se non addirittura malissimo: viste le premesse, insomma, il bilancio delle esportazioni alimentari italiane nel mondo nel corso del 2020 è tutto sommato positivo. Secondo un’analisi di Federalimentare, elaborata su dati Istat e riferita ai primi 10 mesi del difficile anno che si è appena concluso, l’export del cibo “made in Italy” è cresciuto dello 0,1% rispetto al 2019, che è poco in termini assoluti, ma tanto se confrontato con il crollo (-12%) delle esportazioni complessive del Paese.

Secondo gli analisti, inoltre, è altamente probabile che i dati dei restanti mesi dell’anno scorso confermino la performance e anche che quest’anno ci sia un forte recupero, soprattutto se hotel, ristoranti e bar nel mondo riapriranno e se la loro domanda tornerà a crescere, portando l’export di cibo e bevande italiane addirittura a un +3% sul 2019.

Export italiano nel mondo, che cosa piace di più
Scorrendo i dati, si scopre che sono stati soprattutto gli alimenti tipici della dieta mediterranea (della cui importanza abbiamo scritto spesso, da diversi punti di vista anche in La dieta sostenibile) a trainare le esportazioni all’estero, con crescite e due cifre per la pasta e per il riso (rispettivamente, +15,6% e +12%), mentre sono comprensibilmente calati i vini e le acque minerali (rispettivamente, -8,4% e - 8,5%). Comprensibilmente perché con hotel, bar e ristoranti chiusi un po’ in tutto il mondo a causa della pandemia, è mancata una delle principali fonti di domanda.

Allargando lo sguardo al periodo 2015-2019, le cifre sono ancora più confortanti: +22,1% per l’export agroalimentare, contro un +14,8% delle esportazioni totali dell’Italia. In questo caso, a dominare sono stati acquaviti e liquori (+88.6%), prodotti lattiero-caseari (+38,4%), farine e cereali (il cosiddetto “molitorio”, +29,9%), dolci (+29,2%) e caffè (+23,3%).

Export italiano nel mondo, perché è andata (quasi) bene
Va bene, ma perché è andata abbastanza bene? Perché le esportazioni italiane ce l’hanno più o meno fatta, nonostante che nel 2020 non ce l’abbia fatta quasi nessuno? Intanto, perché la cosiddetta “italianitàfunziona, piace, convince, è sinonimo di qualità, all’estero come nel nostro Paese, come ha dimostrato di recente un’interessante ricerca dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy (raccontata in Dalle etichette dei prodotti in vendita si ricavano un sacco di informazioni su come pensiamo e come mangiamo), da cui è emerso che nell’anno appena passato noi stessi abbiamo preferito i prodotti che avevano sulla confezione la bandiera tricolore, oppure la sigla Dop, o la silhouette di una qualche regione della Penisola a indicarne la provenienza.

Funziona da noi, invitati da più parti a mangiare italiano per sostenere le nostre aziende in difficoltà (dalla Coldiretti per esempio), ma evidentemente funziona tantissimo pure all’estero, dove scrivere su un’etichetta che un prodotto è “made in Italy” è davvero in grado di fare la differenza fra un acquisto e un non-acquisto. Il punto è che da una quarantina d’anni a questa parte il cibo è uno dei simboli dell’italianità nel mondo, quello che nel secolo scorso erano l’arte e la musica: lo si capisce anche dalle parole, se è vero (ed è vero, come ci ha spiegato di recente l’Accademia della Crusca in Baguette, ciabatta, tiramisù le parole italiane che hanno conquistato il mondo), che 7 su 10, fra quelle italiane usate all’estero, ormai riguardano il mangiare.

C’è di più: c’è la spinta a mangiare più sano e a mangiare cibo che sia prodotto in modo sostenibile, a scegliere frutta e verdura di stagione, ad abbandonare le bibite gassate ed eccitanti in favore di bevande che abbiano maggiori effetti calmanti, rilassanti, anche che siano in grado di farci sentire coccolati. Sono tutte tendenze del 2021, del primo anno post-pandemico. E quale modo migliore di seguire questi trend se non acquistare dal Paese la cui dieta è da un decennio patrimonio dell’Unesco, premiata come Best in the World per il quarto anno di fila da Us News & World Report? Vedremo come andrà nei prossimi mesi, ma in effetti sembra che davvero ci siano tutti i presupposti per rispettare le stime di crescita di Federalimentare.



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