Ogni volta che rientro dalla Francia mi porto un carico di quesiti inesplosi. Come tutti i materiali instabili, vanno maneggiati con cura, a rischio di gravi sommovimenti tellurici.
La Francia non è la Valle dell'Eden, e una vacanza di qualche giorno in Costa Azzurra non è specchio della Francia: ma la sensazione che un altro mondo sia possibile è sempre molto forte. Certo, seppur limitatamente a qualche piccolo episodio, il senso di inadeguatezza è forte, profondo e persistente.
Per esempio in albergo: una famiglia di quattro non ha la sensazione di essere iscritta subito alla categoria dei Parìa da viaggio, ma un utente che acquista e paga certi servizi: fino all'ultimo centesimo e senza sconti, ma pure senza sorprese. Il wi-fi è libero, illimitato e gratuito; la colazione è rigorsamente esclusa dal prezzo della camera, e puoi scegliere se ordinarla, pagandola una cifra esorbitante, oppure rinunciare. Ma non avrai mai la sensazione che il breakfast sia il nulla sottovuoto spinto che hai nei tre stelle medii italiani, con le briosc del secolo scorso riscaldate, l'acqua colorata di rosso che spacciano per succo d'arancia, e quella zaboba velenifera che èrogano le abominevoli macchinette automatiche.
Al ristorante tutto è piuttosto costoso, soprattutto se ti azzardi a scegliere alla carta: ma correttamente ti informano che il false filet è mezzo chilo, e probabilmente uno basta per entrambi i PEU. Che costa 27 europei, ma non ne troverai 30 in carta perchè hanno smezzato la porzione e c'è un piatto da lavare in più.
C'è una senzazione di generale linearità, se non vogliamo utilizzare termini pomposi quali correttezza o serietà. Quella stessa sensazione che qui da noi sempre più raramente riesci a percepire. Al ristorante dove alberga ancora la tecnica della torbidezza, con quegli inverosimili coperti, o peggio. Dove la mancanza di un prezzo genera tensione e nervosismo, perché ogni portata "s.q." significa che ti metti nelle mani di qualcuno che quasi certamente ti piazzerà come minimo l'arrotondamento per eccesso, o non raramente una sonora sfrombolata.
E da qui una riflesisone più ampia, non relegata al piccolo mondo dell'enogastronomia, dove la Forestale va a controllare le produzioni da 15mila bottiglie e si dimentica i silos e le cisterne da 500mila litri. Quella sensazione di amarezza, di cupezza che si percepisce anche nei rapporti professionali, e quella stanchezza che provo sempre più spesso nell'osservare il ghigno di chi, credendo di mostrare qualcosa di valore, mi dice, Hai visto, gliel'ho fatta... L'ho fregato!
Ecco, quello che non si può più sopportare è l'elevazione della scaltrezza - intesa come maliziosa capacità di ottenere un vantaggio aggiuntivo con la furbizia - a valore universale. Non sopporto più l'astuzia di manipolare le informazioni e i rapporti per incassare qual centesimo in più. Non sopporto più l'occhiata sghemba di chi parlando con lingua forcuta ha usato l'ambiguità per ricavare un ulteriore aggio da una transazione.
Voglio avere a che fare con gente abile, preparata, anche dura nelle trattative: ma competente. Con avversari forti, intelligenti, anche arcigni: ma leali.
Non riesco a sopportare l'idea che vent'anni di cultura della fregatura siano l'eredità da lasciare alla prossima generazione...