Fucina di ingredienti. Cucina di parole.
La nebbia di notte richiede concentrazione nella guida, ma solo sotto i cento metri di visibilità. Allora sei obbligato a dimenticare il frin frin che ti chiama a leggere messaggi, a parlare cose, a dire persone.
La nebbia di notte, gialla delle luci autostradali, ti chiama ad una solitudine analogica, ad un confronto con pensieri avvitati sui soffitti dei momenti di noia. Fucina di ingredienti, cucina di parole.
Li amo entrambi: la cucina cerca nel suo passato le basi per una coerenza, per un senso quasi architettonico del proprio svolgersi, come l’idioma nei testi del passato. E mi piace recuperare parole stanche e consunte che la bizzosa comunicazione dell’era dei cellulari ha spazzato via. Mi piace scavare via dai vecchi vocabolari redolente e ctonio, almeno quanto un piatto di trippa al minestrone dimenticato nei paiuoli di fine ottocento, le sere d’inverno.
E mi piace piegare le parole al nuovo, dissotterrando significati obliqui e spellandole al vivo. Dire cose mai dette prima e accompagnare figure mai disegnate prima, almeno quanto i ricercatori del gusto inventano salse ghiacchiate, gelatine agrodolci, essenze profumate, estratti esoterici, distillati funambolici. Piatti mai mangiati prima e usi mai osati: che so, il croccante di squame di cefalo.
Mi piace la cucina di parole flamboyante, rutilante di aggettivi e grondante sintassi a spirale, almeno quanto i piatti con sedici ingredienti di Vissani. E adoro la schietta fulminazione minimale della polenta e anguilla di Bottura, così come fremo per i romanzi di due parole.
Come: tutto, sempre. Che non c’è altra via per vivere, se non provare.
Tutto, sempre.