Premessa: sono perfettamente consapevole che la questione non rientra nelle emergenze planetarie. Intendo dire: di fronte al ribollire del nordafrica, del riscaldamento dell'atmosfera, del dilemma energetico stare a parlare di racconti di cibo pare uno strenuo esercizio di mindpipping.
E' un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo: e in un sabato nervoso ed influenzale vien di fare qualche sommessa considerazione al proposito. Dentro La morte a Venezia (Der Tod in Venedig, '912) lo scrittore tedesco Thomas Mann dice da qualche parte "il desiderio è figlio di una conoscenza incompleta".
Trovo questa affermazione straordinariamente vera, e l'ho scolpita nelle mie personali Tavole della Legge. Fino a quando ti resta qualcosa da scoprire, il desiderio arde dentro, la curiosità brucia, la tensione creativa è folgorante. L'attesa, il viaggio è quasi più emozionante del traguardo: il preparativo, l'immaginazione sono propellenti atomici che spingono verso nuove avventure, là dove l'uomo non è mai giunto prima d'ora [cit.].
Allora formulare una domanda potrebbe servire a chiarirsi un poco: è più interessante una recensione esaustiva, oppure conviene lasciare qualcosa al dubbio? Vuoi l'happy ending o ti diverte di più il finale a coda di pesce?
Io non ho dubbi: vorrei contagiare chi - bontà sua - mi legge con l'emozione che ho provato: ed è una emozione complessiva, sfumata ma non microscopica: non riesco ad appassionarmi al gioco del riconoscimento degli ingredienti (hai sentito la verbena? ooh, quella verbena!) e non mi diverto nemmeno a raccontare le particelle elementari di un piatto, della sua genesi: più storia che didascalia, che ti resti la voglia di vedere cosa c'è d'altro.
Mica vogliamo rovinarci la sorpresa, no?