E' un bel momento, per la gastronomia: tutti ne parlano, tutti ne dicono, tutti ne filmano, tutti ne scrivono. Accendo la TV e vedo uomini corpulenti in giaccia bianca menar padelle. Incontro un amico che non vedo da vent'anni e mi dice, Sai, voglio aprire un fudblò. Accendo l'aradio e a Decanter personaggi di un certo livello pallano di cibo e di vino: hair stylist, comici di Zelig, ex mogli di costruttori d'assalto.
Il mio amico Pier - che nella vita abbatte foreste per costurire tetti - mi manda un SMS stralunato: "Il mio maestro d'ascia mi ha detto che vuol comprare Cotto e Mangiato, cosa posso fare?" Gli ho risposto: Abbattilo.
Eppure tutto questo cianciare a quattro palmenti in conclusione esala un tiepido esito, uno sbuffo: un soffio. La gastronomia resta il lato cosmetico della nutrizione, e il piacere del palato pare subordinato alla più bieca satollanza.
In un insolito e gelido week end nel paese mio natìo - Regium Lepidi, strappata dai Romani ai Galli della tribù dei Boi - sono inciampato in tre Tavole conosciute a molti indigeni ma non a me, che ormai sono definitivamente migrante-in-progress.
Per la prima, la Cantina Garibaldi di Cavriago: un locale che da undici anni illumina la piazza centrale dell'ultimo paese leninista del mondo. Cucina di stampo emiliano-barbecue, con tortelli, cappelletti e carni dal mondo. Non male la scelta di etichette, circa cento, a costi umani, e bella la scelta di birre artigianali. Locale piacevole, cucina passabile (con qualche abisso), conto plausibile (sui 25, anche perchè non riuscirai mai a mangiare 4 piatti). Pieno in ogni ordine di palchi, banco incluso.
La seconda, Trattoria la Morina a Reggio: casa segnata da un finto understatement dagli arredi ricercatamente retrò, ancorata a qualche vezzo "di una volta" tipo i cappelletti in brodo nella scodella. Cucina finto-casalinga con qualche volo pindarico e alcune decina di etichette in carta. Locale piacevole e curato, cucina sufficiente (con qualche abisso), conto ecosostenibile (sui 35, per 4 piatti difficili da raggiungere). Pieno in ogni ordine di palchi, con parecchi tavoli a doppio service.
La terza, una Casa storica del centro storico: il Canossa, inamovile ristorante inchiodato fisso al 1977. Cucina di schietta derivazione reggiana-ristorantesca, di gran sicurezza e affidabilità: tortelli, cappelletti, lasagne, e il famoso, debordante carrello di arrosti e bolliti (ben buoni). Locale del 1977, servizio antalgico, cucina passabile (con qualche ricorrenza e molta prudenza), conto umano (sui 40 euri per quattro piatti) ma già proiettato al cinquanteca, considerato dai più la soglia del dolore. Pieno in ogni ordine di palchi, e ne ha tanti.
Rimirando l'affollamento compulsivo vien di chiedersi chi glielo fa fare, a quelli là. Di cercare una loro cucina da indossare, dico.