Cominciamo a morire nel momento in cui veniamo concepiti, è una delle banalità più efficaci del penultimo millennio. Per chi lavora con la rete, veder morire in tempo reale le proprie creazioni è una costante di vita. Progetti, crei, pubblichi... e poi inizi a uccidere. Cambiare, modificare, stravolgere. La Rete e i suoi operatori trangugiano le idee come betoniere formato famiglia. Molte vengono ri-sputate, e almeno altrettante sono sciocchezze, emerite.
Abbiamo visto centinaia di migliaia di blog nascere, vivere lo spazio di un battito d'ali, e poi crollare sotto l'impegno della continuità e dell'impegno dell'invenzione, assai più faticoso e sudato della scoperta. Grafiche sempre più barocche, sofisticate, illeggibili. Migliaia di poeti molto
selfish hanno imbrattato bacheche digitali prima di fazzabù, prima di twitter, nel dilagare di parole. Spesso volonterose, frequentemente inutili, raramente dense ed importanti.
Ma il blog di parola ahimè richiede impegno: da parte di chi scrive, se ha talento, per mantenere un livello alto di coinvolgimento; da parte di chi legge perchè la pagina richiede fatica, tempo, concentrazione. E allora la via dall'accoglienza passa attraverso le immagini, i contenuti dinamici, tridimensionali. È là che il blog comincia a morire.
Fagocita tempo ed energie, fantasia e cuore: preparare pagine ricche di parole foto
videi è fatica improba, e di difficoltà crescente. In molti possono scrivere venti righe commoventi, almeno altrettanti catturano belle luci, con la digicamera tra le dita. Ma il video, ragazzi, non è uno scherzo.
Allora il blog diventa qualcosa d'altro. Oggi i blog hanno vere e proprie redazioni, tanti collaboratori, tante mani, tante voci. Gli strumenti che si usano sono: tutti.
Li vedo bene, in questa forma meticcia: un po' radio degli anni 80 per la loro spontaneità. Un po' TV per l'uso delle immagini, un po' sito per le foto, un po' quotidiano un po' magazine (lo so tra poco mi si incendierà la tastiera a scrivere questa parola).
La punta di diamante di questa "visione del mondo" è il celebre
Dissapore Network, che pur nel cuor mi sta: all'avanguardia per
layout e per funzionalità, è la piattaforma che più incarna questo senso di
crossover tra i mezzi e tra i linguaggi grazie alla
verve visionaria di
Mefistofele©
Bernardi. All'opposto
Mangiare a Milano del secondo più intrigante scrittore di cibo del nostro paese, Valerio Massimo Visintin: ancorato alla forma testo-post-commenti, si pregia di una qualità di scrittura di preclaro spessore riservando alle immagini un profilo del tutto secondario. Anche
Pignataro sceglie la formula delle collaborazioni, con molte mani che contribuiscono a popolare il
layout di sapore schiettamente seicentesco con un'alluvione di articoli a getto continuo. Oppure il manipolo di guerrieri di
Passione Gurmè, alla caccia dell'ultimo sentore nei loro 5 ristoranti 5 ogni settimana. Nemmeno Bonilli, con il suo epigrammatico
Papero Giallo, ha potuto rinunciare alle storie di Maurizio Cortese. E questo per citarne alcuni, dimenticando i più.
Altra storia gli stucchevoli "aggregatori", che in forma di parassitismo digitale ripropongono pedissequamente i contenuti di terzi, offrendo come moderato valore aggiunto la più varia congerie di classificazioni, classifiche e classi.
Insomma, i pop corn ci sono, manca solo la birra: lo spettacolo si fa interessante.
Immagine: networkedblogs
Mefistofele © Valerio Massimo Visintin