Poi venne la mitologia dell'User Friendly. Se oggi non sei User Friendly non sei nessuno: la tua voce svanisce nel nulla. Devi essere equivicinale, agile, agevole, scivoloso, imburrato, docile, lubrificato. Devi cercare il consenso tacito, seguire l'usta, ottenere un sì! innocuo, rapido, indolore. Scambio, mercimonio.
La necessità del massimo risultato con il minimo sforzo in regime di rendimenti marginali decrescenti porta ad un continuo riallineamento al ribasso delle aspettative: basta il meno, che il meno è meglio. E quindi sfrondare appiattire levigare. E se sei User Friendly hai già cominciato a vincere.
Così quando scrivi una parola che esce dal lessico di centocinquanta che ci propina il telegiornale vieni additato con bocche a cul di gallina come quello che vuol fare il fenomeno: che cerca l'eccesso di iperbolizzazioni, poetizzazioni, eccetera. Se il tuo dire non passerebbe il primo fotogramma del Grande Fratello non hai scampo. Se temi che Antonella Clerici ti percuota con il mestolo quando esci dal binario del più glabro idioma da strada, questo mondo non fa per te.
Se temi che l'anatema cada su di te puntuale come uno sciopero degli autoferrotramvieri appena provi a mettere insieme una consecutio che abbia più di un livello di profondità, allora - per favore - "datti alla poesia" [cit.]
Noi da queste parti si preferisce giuocare con l'idioma: piegare le parole a nostro piacere, procurarci moderati orgasmi intellettuali con ardite metafore, immaginifiche litoti, argute metonimìe. E magari, ma solo nei giorni di festa, squadernare l'anacoluto. E scivolare nella paratassi perchè ci diverte, e non perchè il parlato ossessivo è l'unico modo di esprimersi ammesso dall'amichevolezza forzata.
Scriviamo di cibo e di vino, e d'altro, e scrivere ci piace almeno tanto quanto il cibo, il vino e altro. E se non siamo User Friendly ce ne faremo una ragione.
Lo scriveremo sulla lapide, al Père Lachaise.
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