Sempre più frequentemente mi trovo a confrontarmi con professionisti, quelli che di wi-fu vivono: gente preparata, competente, non di rado appassionata. Molti di loro sono legati alla carta stampata, e ne traggono linfa e sostentamento. Alcuni alternando e dividendo il loro impegno tra la carta e il web, altri in modo esclusivo, manifestato per soprammercato solo un vago senso di curiosità nei confronti dei fenomeni della rete. A volte invece, avverti un vero e proprio disagio di fronte alle dinamiche adrenaliniche del web, che non s'ingabbia dentro un impegno codificato e strutturato ma dilaga nella vita dei suoi "abitanti" h24, sette giorni su sette.
I device - come dicono quelli bravi - di connettività portatile ti consentono un contatto continuo con la rete; l'abitudine molto nerd al multitasking ti fa schizzare da una piattaforma all'altra con anfetaminica vitalità: il pc aperto sul blog, il blackberry che twitta, l'ipad sulla pagina di fazzabù, e lo smartphone che facendo check in su foursquare spara immagini lo-fi su flickr.
Il periodo scritto dieci pixel più su è tutto ciò che io aborro: un inseguimento mozzafiato tra neologismi e slang da net-addicted. Ecco, ci sono ricaduto ancora: e quando dicono che "noi -dei-blog" scriviamo come degli struzzi a cui un tappo a fungo conficcato in gola regala un formidabile singhiozzo, non mi sento di essere del tutto in disaccordo.
Riesco ad essere in disaccordo profondo con l'editoriale di Davide Di Corato sul numero 1 della nuova rivista "Chef" che dedica il numero al "mondo dei blogger". Cito per esteso:
"Non passa giorno senza che nasca un nuovo esperto o un critico gastronomico che sentenzia basandosi solamente sul suo gusto personale e non sul valore della ricetta. Oppure dà i voti al servizio senza nemmeno conoscere le regole del bon ton dello stare a tavola o le differenze tra un servizio all'inglese ed uno alla russa. Il buono e il cattivo lasciamolo a chi è ancora bambino".
Mi sento particolarmente coinvolto, e non solo perchè qualche pagina dopo c'è un pezzo dedicato ad "alcuni blogger, tra i più rappresentativi" tra cui anche l'indegno moleskine digitale sul quale state consumandovi gli occhi. Mi sento coinvolto perchè vengo dalla campagna, e la mia mamma mi ha insegnato prima a pagare le cambiali alla scadenza che a mangiare senza mettere i gomiti sul tavolo; qualche volta mi passo la mano tra i capelli mentre sono seduto e non di rado alla fine del pasto - se non li trovo alla tualèt - sono costretto a chiedere gli stuzzicadenti: eppure mi sento libero di dire che all'Osteria Sempronio il servizio è felice, rapido e attento, mentre alla Trattoria Mevio tra un portata e l'altra mi hanno fatto addormentare, che le campane le hanno tolte in sincrono ma la gentile signora mi ha lasciato mezz'ora senz'acqua. E mi sento anche libero di dire che conoscere la differenza tra il servizio all'inglese e quello alla russa non rientra tra le mie prime duecentomila priorità senza per questo perdere lucidità quando racconto la piacevolezza di questa o quella sala da pranzo.
E mi sento coinvolto perchè scrivo su queste pagine senza sentirmi esperto, nè nuovo nè vecchio; mi si accartoccia la pelle della schiena a sentirmi chiamare "critico" e più che scrivere sentenze cerco di raccontare storie.
Infine, il mio gusto personale è racchiuso in un sistema di riferimento facilmente identificabile dal lettore: e cerca di superare il mi piace/non mi piace con un mi piace perché. E il perché sta altrove che non nella semplice riesecuzione di una ricetta.
E' vero, ascoltando "la Barcaccia" su Radio3 non smetto di stupirmi della formidabile competenza dei conduttori, che oltre ad un sapere enciclopedico sul melodramma hanno una competenza tecnica che consente loro di ascoltare le opere leggendo lo spartito. Mi dico "questi si che sono critici". Poi cambio, e mando il penultimo album dei Depeche Mode e mi mentto a cantare a finestrino aperto.
Direttore, se vuole conoscere il mondo dei blog, venga qui, tra di noi: parliamo, e magari ci conosciamo. Potrebbe scoprirne delle belle.