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Il pasto più buono della mia vita

Data pubblicazione 22.05.2010
VOTO MEDIO
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Avrò assaggiato cinquemila piatti. Ci facevo i conti mentre vedevo questo post dell'infernale Bernie, su Dissapuàr. Mi ha non-chiamato alle otto-meno-qualcosa per sapere quali erano i piatti più buoni della mia vita, e non ho saputo rispondere. Boh, gli ho detto, non lo so ci guardo. In verità non ce la faccio: è come quando vedo l'ennesimo compendio dei Cento Dischi da Portare Nell'Isola Deserta. Con al primo posto Imagine, sempre e comunque: e a me viene automatico tendere la mano verso il manico della carriola per portar via i maroni, perchè non ho idea di queli sono i cento dischi da isola deserta. Oggi mi ci porterei To Build a Home della Cinematic Orchestra, e direi Grace di Jeff Buckley. E fors'anche un disco vecchio di Cristina Donà, e for'sanche il disco mai pubblicato del mio amico Gianfranco, che ha fatto una cover omicida di Per una Bambola di Patty Bravo. C'era quella pippa di Goran Kuzminac alla chitarra, sì, quello di Stasera l'Aria è Fresca. Una via di mezzo tra Guccini in piena ebbrezza lambruschista e un Goran Bregoviz in delirio d'onnipotenza. E di certo ci porterei il disco con la banana dei Velvet, perdiòniso, che quando Nico attacca All Tommorrow's Parties sai che potrebbe anche essere l'ultimo minuto della tua vita che va bene uguale.

Il pasto più buono della mia vita per la verità l'ho consumato su una tavolaccia del porto di Surat Thani, la sera che compresi che avevo smesso di viaggiare. Stavo aspettando il traghetto notturno per Koh-Samui, con lo zaino da dodici chili in spalla. Ero arrivato con il solito pullmano da un dollaro: a gesti capirsi con l'autista: poi guardarlo mettere la fascia nera attorno alla testa, fa partire il disco di Speed Metal giapponese e sapere che quel giorno sarebbe stato un buon giorno per morire.

Sulla banchina del porto di Surat Thani ci sono venti banchetti di riso fritto, una via di mezzo tra il Nasi Goreng e qualcosa d'altro molto più bastardo: ma i King Prawn sono pescati da un minuto emmezzo e il resto pure. La signora, un metro e una lattina per un metro di circonferenza, menava il wok scaldando un olio probabilmente esausto di motore di motoscafi. CI buttava dentro innominabili vedure, e manate di gamberi grossi come un braccio, calamari tagliati a cane, aglio, cipolla, erbe immonde, riso bianco, fiamma altissima e via. Nei piatti d'alluminio era rovente di sapori violenti, immediati, quasi taglienti. La forchetta raccoglieva il riso bianco e i pezzi di pesce, di verdura e li conduceva alla bocca, senza alcuna edulcorazione: i profumi erano formidabili, governati da una grossezza impietosa, travolgenti. ALghe, dentro: e poi piante sconosciute, sapori inverecondi, impudìci nella loro purezza.

Lo ricordo per la delizia assoluta, e perchè fu la sera che smisi di viaggiare: che quando il ragazzo olandese nel saccapelo a fianco al mio bofonchiò qualcosa cha sapeva di "Ciao mamma" nel telefono cellulare compresi che non c'era più motivo di viaggiare, che tanto sei sempre lì. Feci visita all'arcipelago di Tarutao, dove feci in tempo a vedere il ragno più grosso della mia vita. Tornai a casa e divenni adulto.

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