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Galline in fuga (dalle gabbie): quante sono davvero quelle “allevate a terra” e il primato di Barilla

Data pubblicazione 16.12.2020
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Ogni anno, quasi sette miliardi e mezzo di galline producono le uova destinate al mercato mondiale: iniziano a farle quando hanno 4-5 mesi di vita, vanno avanti così per più o meno un anno e poi vengono sostituite. Oltre il 60% di loro passano quest’unico anno di vita in una gabbia. Nel dettaglio: in Cina ce ne sono quasi 3 miliardi, in Europa poco più di 400 milioni di esemplari, di cui oltre 200 milioni stanno nelle gabbie, e negli Stati Uniti ce ne sono circa 300 milioni, la quasi totalità allevate in gabbia.

I numeri, che servono a dare un po’ di contesto, arrivano da Compassion in World Farming, una delle più grandi e antiche associazioni no-profit che si occupa di benessere e protezione degli animali da allevamento, ma sostanzialmente coincidono con quelli forniti dalla Fao, l’organizzazione che fa capo all’Onu e si occupa di alimentazione e agricoltura. Nell’autunno del 2018, Ciwf ha dato via al progetto EggTrack per tenere traccia di quali e quante siano, prima solo nel Vecchio Continente, poi anche negli Usa, le aziende che hanno preso (e rispettato) impegni per allevare le galline “a terra”. Per farle vivere fuori dalle gabbie, insomma.

Gabbie, cancelletti e caccia alla libertà

L’ultimo report dell’associazione mostra segnali oggettivamente confortanti nel rispetto sia della direttiva Ue 1999/74/EC, che ha vietato il posizionamento delle galline “in batteria” già da gennaio 2012, sia soprattutto verso quello che resta l’obiettivo finale: allevamenti totalmente senza gabbie entro il 2025/2026. 

Compassion in World Farming ha preso in esame 210 compagnie, di cui 80 multinazionali, 57 che operano nel solo Nord America e 73 presenti solo in Europa: di queste, oltre il 60% ha mostrato progressi nel raggiungimento degli obiettivi e soprattutto, dal 2016 a oggi, sono aumentate da 5 a 37 le società (compresi colossi come Nestlé e Unilever) che hanno preso impegni a livello globale. Questo dettaglio è importante perché le normative su galline e gabbie cambiano da Paese a Paese, e spesso quello che è illegale in qualche posto del mondo è invece concesso da qualche altra parte.

Per esempio, è il caso delle cosiddette “gabbie arricchite” o “potenziate”, cioè leggermente più spaziose, che per quanto siano consentite dalle normative comunitarie, per l’associazione restano sistemi di confinamento; o anche dei cancelletti usati per delimitare uno spazio per ogni gallina, che una volta chiusi trasformano quello spazio in una gabbia vera e propria (anche se le uova prodotte così vengono spesso etichettate come “da galline allevate a terra”). 

Tornando alle buone notizie sottolineate da Ciwf, va evidenziato il fatto che grandi gruppi come Danone, McDonald’s, Sodexo e Starbucks abbiano incrementato (seppur in modi e con quote diverse) il loro impegno anche nel rapporto con i fornitori, per esempio aumentando la percentuale di uova “cage-free” nei loro prodotti.

 

Galline in gabbia, la situazione in Italia

Per quanto riguarda il nostro Paese, il risultato più importante è fuor di dubbio quello di Barilla, che dal 2019 continua a essere l’unica al mondo ad aver abbandonato le gabbie su tutta la sua filiera produttiva. Più in generale, sulla trentina di aziende monitorate lungo lo Stivale, oltre il 70% ha fatto progressi nel raggiungimento dell’obiettivo “solo galline allevate a terra” e 3 hanno comunicato di essere “100% cage-free” sul territorio nazionale, portando il totale a 7 (nell’elenco, anche Ferrero, Galbusera e Lidl).

Tra le catene di supermercati, soltanto cinque (secondo quanto comunicato da Compassion in World Farming, si tratta di Aldi, Bennet, Carrefour, Coop e Lidl) hanno preso un impegno o si sono dotate di una policy che le impegni a eliminare le gabbie sia dalla filiera delle uova fresche sia da quella di prodotti che contengono uova come ingredienti.

 

Un anno vissuto difficilmente

Per le galline, il problema di vivere 12 mesi nelle gabbie è legato al fatto che questi animali hanno una forte indole sociale: hanno uno schema di comportamento molto elaborato, costruiscono rapporti fra loro, sono abituate a muoversi (a razzolare, cioè), ad andare in cerca di cibo, a smuovere il terreno, a prendersi cura del loro piumaggio, a pulirsi e pure ad appolaiarsi sugli alberi per sfuggire ai predatori. 

Ovviamente, tenerle chiuse nelle gabbie impedisce tutto questo. E può influire pure sulla quantità e sulla qualità delle uova prodotte. Che sono poi le uova che finiamo per mangiare

 

 

di Emanuele Capone

 

 

Immagine di apertura Compassion in World Flaming

 



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