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Quando il galateo diventa un'inutile anticaglia

Data pubblicazione 17.11.2012
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VOTO MEDIO
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DI SARA CARBONE
Quando il galateo diventa un'inutile anticaglia
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Lo so bene, eccome se lo so: il galateo e le buone maniere hanno avuto una funzione sociale importante nei secoli. Giovanni Della Casa nell’Italia degli Sforza, dei Medici, dei Borgia e degli Aragonesi a sud deve aver avuto il suo bel daffare se sentì la necessità di scrivere il “Galateo overo de’ costumi.”

Il fine presule fiorentino aveva chiaro che la codifica di ciò che si conviene avrebbe avuto rilevanza sociale. [“ ..e come i piacevoli modi e e gentili hanno forza di eccitare la benevolenza di coloro co’ quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e i rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi…” andava scrivendo.] Regole certe, pochi fraintendimenti. Etichetta e buone maniere a tavola hanno fatto la fortuna politica di uomini potenti.

Monsieur de Talleyrand-Perigord, fine gourmet e grande conoscitore di vini, ha spesso raffermato le sue alleanze sulle sue raffinate tavole. Fu attraverso le cene mirabolanti preparate per lui dal miglior chef di Francia, Antonin Carême, che riuscì a far sedere la Francia, il paese che aveva causato le guerre Napoleoniche, al tavolo dei grandi d’Europa con pari dignità al congresso di Vienna. Molte sono state le sofisticate novità introdotte a tavola dal Talleyrand e alcune delle quali ancora oggi parte della nostra cultura.

Per essere una sostenitrice convinta del galateo mi è sufficiente pensare che se non esistesse il bon ton, Fantozzi non sarebbe l’icona di tutti gli esemplari di maschio italiano che sognano la catartica seratona "rutto libero e frittatona con cipolle" davanti alla partita in tv, con la moglie lontana da casa, ma solo l’immagine di una tetra realtà quotidiana.

Nell’Italia del boom economico arriva Donna Letizia, epitome del bon ton negli anni sessanta, un personaggio inarrivabile anche perchè faceva del connubio galateo e ironia un’arma letale. Già negli anni 80 la sua mitologica rubrica, a suo stesso dire, non aveva più ragione di essere perché con la rivoluzione sessuale si erano modificati i costumi. La società evolve e le regole del galateo si modificano.

Ma qualcuno per favore mi spieghi come sia possibile che oggi nei luoghi del buon mangiare dove si cerca di fare del buon gusto la regola aurea, riesca a sopravvivere quella caricatura di galateo che impone il menu per le donne, quello che non riporta i prezzi.
Oggi che il vino a tavola lo scelgo e lo assaggio io, che sono una donna, oggi che posseggo una carta di credito che uso anche per pagare il conto al mio cliente, maschio, oggi che vado in giro con gli amici e pago la mia parte del conto alla romana, perché devo andare a cena in un posto stellare ed essere trattata come un minus habens a cui non si conviene di dare tutte le informazioni?

Poniamo pure che invece io sia ospite di un raro cavaliere d’altri tempi, di quelli che ti pagano il conto, ma allora, perché non mostrarmi anche quei numeretti? Forse che la scelta tra un menu degustazione da 45 o 70 o 125 euro possa farmi cambiare idea sul cavaliere? O forse il rischio è che io, anima delicata, soccomba di fronte all’idea che il buon cibo abbia un costo, magari elevato?

Si dà il caso che quel numeretto del menu sia un parametro come altri anche per la categoria di genere femminile quando deve fare una scelta, e se l’etichetta ritiene che non sia di buon gusto, per favore, modifichiamola.

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