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I falsi miti americani sugli italiani e il cibo

Data pubblicazione 30.08.2021
VOTO MEDIO
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Non solo americani, ma pure inglesi, tedeschi e giapponesi: sono tantissimi gli esempi di errori (o veri e propri orrori) che riguardano la nostra cucina e arrivano dall'estero. Ci fanno arrabbiare, ma anche un po' sorridere​.

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Non mettiamo l’ananas sulla pizza, non ordiniamo il cappuccino dopo pranzo (ma nemmeno a merenda o dopo cena), non condiamo la pasta con il ketchup. E però all’estero lo fanno. All’estero fanno queste cose con il nostro cibo e ne fanno anche altre, ma queste sono probabilmente le tre peggiori, quelle che ci irritano di più e anche un po’ ci fanno arrabbiare. Sono 3 esempi dei modi di fare strani, assurdi e incredibili che non tengono solo gli americani, ma anche gli inglesi, i tedeschi, pure i giapponesi.



Per raccontarli abbiamo scelto gli americani perché sono probabilmente i più prolifici nel creare variazioni e inventare cose (hanno pure inventato un nuovo tipo di pasta) e anche perché, viceversa, noi siamo talmente interessati a quello che fanno loro che alla fine quelle creazioni ce le ritroviamo qui, da dove sono partite. E magari alla fine la mangiamo pure noi, la pizza con l’ananas.



C’è da dire che sono comportamenti che in fondo sono un gesto d’amore, anche se magari di un amore un po’ malsano: all’estero amano talmente l’Italia e soprattutto la nostra cucina, che cercano di riprodurla in ogni modo possibile. È una cosa di cui ti rendi conto davvero solo se vivi un po’ in qualche Paese straniero, ed è una cosa che si riflette anche nel linguaggio, se è vero (ed è vero) che 7 parole su 10, fra quelle italiane usate all’estero, riguardano il mangiare. E se prima ci imitavano, invidiavano e omaggiavano per la musica e per l’arte, ora lo fanno prevalentemente per la cucina.

 

E però dovrebbero farlo meglio: è per questo che abbiamo deciso di raccogliere qui alcuni degli esempi più divertenti e assurdi trovati online delle strane idee che all’estero si sono messi in testa sul cibo italiano. Per scherzare e perché in fondo pure noi vogliamo un po’ bene ai nostri fan oltreoceano.



Dal limoncello agli aperitivi (e viceversa)


In questa pagina parliamo di cibo, ma anche del bere, perché non è che all’estero non amano quello che beviamo in Italia o non gli piacciono le nostre bevande. Tutt’altro.


Lo scorso autunno, più o meno all’inizio del secondo lockdown, Food & Wine propose ai lettori la sua ricetta per il limoncello fatto in casa, ricordando che “si può preparare anche un anno in anticipo”, così da non farsi prendere alla sprovvista dovessero tornare quarantena e dopocena in videochiamata (per essere pronti davvero, la ricetta giusta è questa.

Più di recente, quelli di Traveller hanno compilato la loro Beginner's Guide agli aperitivi italian: come dice il nome, è una guida per principianti ed è adatta a tutti. E inizia con 3 righe che confermano proprio l’amore appassionato e pure esagerato degli americani per il nostro cibo: “In Italia la cultura ha molte forme, rappresentata da monumenti come il Colosseo, dalle opere di artisti come Raffaello e da Vinci e anche dal rito dell'aperitivo”. L’aperitivo. Capito? Per gli americani in Italia c’è una fra le opere più rappresentative della storia del mondo, ci sono i quadri di uno dei più grandi pittori della storia, c’è il Cenacolo… e poi ci sono il Campari e lo Spritz.

A leggere così, ti viene quasi da perdonarli pure se fanno aperitivo alle 17, perché poi devono cenare. Perché è noto che gli americani oltre le 18-19 non cenano. Ma pazienza: a noi piacciono così. Basta che prima di andare a dormire non si preparino un cappuccino, però…



Quella passione per il caffè espresso


Da che mondo è mondo, gli amanti del caffè si dividono in due: quelli che preferiscono l’espresso e quelli che preferiscono l’americano. I primi hanno ragione e i secondi hanno torto, si sa (anche perché il caffè americano è in realtà un caffè espresso fatto male).

Scherzi a parte, la forza del caffè espresso è tanta che negli anni ha convinto pure gli americani ad abbandonare il loro, di caffè. O comunque quello che bevono credendolo caffè: Starbucks ha costruito un impero sul caffè come lo facciamo in Italia (anche se poi in realtà non lo fanno come lo facciamo in Italia) e pure in Luca, il bel film della Disney ambientato alle Cinque Terre, nel paesino in cui si svolge la storia c’è il bar con tanto di macchina per il caffè. Espresso, ovviamente.

L’amore degli americani per il caffè è così intenso che lo cercano ovunque vanno. Non solo in Italia, come è ovvio, ma proprio ovunque nel mondo: di recente, su The Verge hanno preparato a una guida per prepararselo buono da soli mentre si è in viaggio, senza accontentarsi di quello che c’è nelle camere degli hotel. Dentro hanno messo di tutto: come e con cosa scaldare l’acqua, quanta metterne, come macinare il caffè e così via. E anche se non è molto vero che quando siamo in viaggio noi il caffè lo prepariamo così (quello che facciamo è uscire dall’albergo e andiamo a cercare un bar) e anche se alla fine il loro risultato è un po’ americano, ci sentiamo di apprezzare l’impegno. Che a modo suo è sinonimo di amore.

Perché la relazione vada avanti, gli americani (e insieme con loro, pure i tedeschi) devono però capire che il nostro rapporto con il caffè, la caffeina e in generale i loro derivati, è legato anche a gestualità e tempistiche: tazzina possibilmente tiepida, niente latte (o comunque pochissimo) e soprattutto niente cappuccino dopo pranzo, dopo cena e neppure a merenda. Perché se avessimo voluto berlo di pomeriggio, lo avremmo chiamato tè.



La questione della pizza 

 



Se si parla di esperimenti culinari, non si può non parlare della pizza: è probabilmente il cibo italiano più consumato al mondo ed è sicuramente la parola italiana più usata al mondo (insieme con ciao). Però è anche il più abusato, come dimostrano i casi di quella con l’ananas e della pepperoni pizza. Che per gli americani è la pizza col salame.


Andiamo con ordine e partiamo dalla Pizza Hawaiana, che non è nata alle Hawaii anche se nella sua storia le Hawaii un po’ c’entrano: è nata nel 1962 in Canada e la colpa è di un certo Sam Panopoulos, un immigrato greco che era il titolare del ristorante Satellite di Chatham-Kent, nell’Ontario. Lui non c’è più (è morto nel 2017 a 83 anni), ma il suo ristorante sì e online si vanta di essere “la patria della Pizza Hawaiana”. Leggenda vuole che Panopoulos cercasse qualcosa di originale per il suo menù e che abbia appunto pensato all’ananas (sciroppato, fra l’altro) per dare un tocco di agrodolce alla pizza. Che c’entrano le Hawaii? C’entrano perché è probabile che l’ispirazione sia venuta dall’Hawaii Toast, che si compone con formaggio, prosciutto, ananas e ciliegia maraschino ed era stato inventato a metà degli anni Cinquanta.

Nel tempo, la pizza con l’ananas ha trovato più o meno la stessa quantità di estimatori e critici ed è stata (e ancora è) un potentissimo motore di discussione online: celebre un tweet di gennaio 2017 che in un paio di mesi venne ritwittato oltre 115mila volte e commentato oltre duemila; e anche celebre il tweet con cui il primo ministro canadese, Justin Trudeau, si diceva orgoglioso di questa invenzione del suo Paese. Con buona pace delle relazioni diplomatiche con l’Italia.





La verità è che se si vuole un po’ di agrodolce sulla pizza è sufficiente magari combinare fiordilatte o burrata con rucola e acciughe, ma un altro problema (per gli americani) è la pizza con i pepperoni. Scritto così perché per loro quelli non sono i peperoni, ma il salame. Perché la chiamano così, mettendo in difficoltà noi quando siamo là e loro quando sono qua e si vedono arrivare al tavolo una pizza con le verdure? La chiamano così perché la pepperoni sausage è un tipo di salame inventato negli Usa all’inizio del Novecento, che deve il nome alla parola “pepper” (pepe, da cui “salsiccia al pepe”) e somiglia a grandi linee al nostro salame Milano. Rispetto al quale è più piccante, anche se non piccante come il salame piccante. Chiaro, no?

Di recente, Food & Wine ha realizzato un elenco delle migliori pizzerie di ogni Stato degli Stati Uniti: scorrendolo è tutto un fiorire di pepperoni, scugnizzo, mozzarella e pure cheddar. Sì, il formaggio cheddar. Niente ananas, però, nella classifica delle migliori pizze d’America. Che chissà se è perché hanno capito che non si fa o perché quella pizza lì in realtà è canadese…



Profumarsi con gli aromi (da cucina)


Fiori di Sicilia è un’essenza al sapore di cedro e vaniglia che serve per insaporire i dolci: la vende online un’azienda americana che si chiama King Arthur. E qui arriva la prima stranezza, che però non è la più strana di questa storia strana: fondata alla fine del Settecento a Boston, ha deciso un secolo dopo di chiamarsi così perché, come Re Artù, “si ispira ai medesimi ideali di purezza, lealtà, onestà, forza superiore e dedizione a uno scopo più alto”. Che per un’azienda che allora produceva farina, è una gran bella aspirazione.

Riassumendo: una compagnia nata negli Usa oltre 200 anni fa e che si chiama come un condottiero britannico che probabilmente non è mai esistito, vende agli americani una boccetta di aromi ispirati all’Italia. Che gli americani usano per i dolci e pure per profumarsi.

Proprio così: di recente, i colleghi di Bon Appétit hanno raccontato che Fiori di Sicilia ha un sapore tanto intenso e buono che è un peccato usarlo solo per i prodotti da forno e che è impossibile resistere alla tentazione di spargerne qualche goccia sui polsi e sul collo. Magari anche solo due, per sentirsi un po’ Marilyn Monroe ma profumare di agrumi e sole, invece che di Chanel N.5. Se non è amore (per l’Italia) questo, che cosa mai altro potrebbe essere? Follia, forse. Perché magari gli americani pensano davvero che ci profumiamo con la cannella e le bacche di vaniglia, prima (o dopo) averle usate per una torta. O con il ginepro, anche. Qualcuno dovrebbe dirgli che non è così.

 

di Emanuele Capone

 



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