Precipitato nella notte incombente di un modesto lunedì d'ottobre, mi rassegno a svoltare nel parcheggio molto razionalistico del Roadhouse, non senza un filo di pregiudizio.
Poi t'accolgono efficienti sulla porta, le ragazze con la teeshirt rossa, e ti accompagnano al tavolino piccolino tutto pulito tutto in ordine. E tutto l'armamentario texmex, a partire dai secchielli d'arachidi e i nachos che arrivano by-the-way.
Ordino la bistecca più succulenta, 340 grammi di controfiletto eccetera: ma non serve ricordare, ci sono le foto.
Certo il coltello che arriva è impressionante, una specie di machete da thugs di Sarawak: peccato non tagli. Il ribeye arriva velocemente, con un'insalata immancabilmente decorata dal perfido mais. E' morbidissimo: ma ahimè dal sapore timido e introverso. Ineluttabile invece l'inconfondibile aroma di piastra rovente e di grasso vulcanizzato, digestione da anaconda acclusa.
L'organizzazione è efficiente, se ami il sottofondo bluegrass jingle jangle, le seimila tv accese a volume spento e le ragazze ciondolanti a pancia scoperta.
Noi, noi no.