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Il tartufo ha un costo molto elevato, eppure il mondo è pieno di gente disposta a pagare per un piatto di tagliolini o un semplice uovo con una bella grattugiata di questo fungo. Pare che dietro questo istinto spesso irrefrenabile, che mascheriamo dietro la scusa del gusto, vi sia dell’altro. Almeno stando a quanto hanno scoperto i ricercatori del Campus BioMedico di Roma assieme ai botanici dell'Università dell'Aquila. Lo studio, pubblicato sulla rivista Phytochemistry, ha svelato come i tartufi contengano una sostanza molto particolare: l’anandamide.
Già il nome spiega buona parte dei suoi effetti: deriva infatti dal sanscrito e significa beatitudine interiore. Si tratta di un composto molto simile al famoso Thc (tetraidrocannabinolo), presente nella cannabis e responsabile degli effetti psicotropi dell’assunzione di hashish e marijuana. I suoi effetti sul nostro organismo comprendono il rilascio di sostanze in grado di regalarci piacere e modulare in positivo il nostro umore.
I ricercatori per ora hanno isolato l’anandamide solo all’interno del tartufo nero pregiato (Tuber melanosporum), partendo da una ricerca sulla melanina. L’ipotesi più plausibile sul motivo della presenza di anandamide nel tartufo pare essere quella di una strategia messa in atto per stimolare gli animali del bosco a mangiarlo, in modo da diffondere nell’ambiente le sue spore e quindi permettere il perpetuarsi della specie. Il problema del tartufo è infatti che il suo corpo fruttifero si trova sotto terra, a differenza degli altri funghi. Non può quindi contare su acqua e vento per la diffusione delle spore, ma solo sugli animali. Dobbiamo riconoscere che per attirarli se l’è inventata davvero bella.
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