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Senatore Cappelli: quello che c'è da sapere sulla pasta che fa bene a chi non può mangiare la pasta

Data pubblicazione 26.10.2020
VOTO MEDIO
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C’è un grano antico oltre cent’anni che ha effetti benefici sul nostro corpo, su cui però è scoppiata una battaglia legale e che quindi ormai non produce praticamente nessuno: questa è la sua storia

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“Hai sentito? L’ha detto la tv”. E se l’ha detto la tv, allora è vero. Perché non importa la radio, Internet, i podcast, i social, i tablet, gli smartphone, pure gli smartphone pieghevoli: la televisione è la televisione, e la forza comunicativa che ha resta pressoché ineguagliabile.

Che c’entra la tv con la pasta? C’entra, perché è proprio attraverso la tv, e in particolare per merito di un servizio mandato in onda dalla trasmissione Report, che più o meno tutti hanno conosciuto la storia di quella fatta col grano Senatore Cappelli. Anche se questa storia ha più di cent’anni.


CHE COS'È IL GRANO CAPPELLI
Di questo particolare grano si parla dagli inizi del ‘900, quando il marchese Raffaele Cappelli (diventerà senatore durante il fascismo) decide di dedicare tempo e risorse alla sperimentazione di questa coltura: affida l’incarico a un celebre agronomo dell’epoca, Nazareno Strampelli, che dopo una lunga serie di tentativi sviluppa la particolare varietà di grano che prenderà poi il nome del nobile finanziatore.

Il grano Senatore Cappelli si riconosce da quello “normale” perché ha le spighe più alte e scure, un dettaglio estetico che si ritrova anche nella pasta che ne deriva, che a detta di chi l’ha provata e di chi la fa “ha un certo retrogusto di mandorla”. Oltre a parecchi pregi (ne parliamo più sotto), ha anche due difetti: dopo la prima semina, da quelle successive in avanti la sua qualità peggiora, di volta in volta sempre di più; inoltre è poco “redditizio”, nel senso che da un ettaro di terreno se ne ricavano circa 20 quintali, contro i 60-70 di altre varietà di grano. Per queste due ragioni (soprattutto per la seconda), intorno agli anni ’60 la coltivazione di questo grano è stata pressoché abbandonata. Più o meno per una trentina d’anni.


PERCHÉ SE NE È PARLATO IN TV
Su Rai Tre ne hanno parlato perché coltivarlo non è solo costoso (nel senso che rende poco), ma pure piuttosto difficile, in quanto molto raro. Il seme “originale” è custodito nel Crea di Foggia, il Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali, che fa capo al ministero dell’Agricoltura ed è un po’ il Global Seed Vault del nostro Paese: negli anni, il Crea ha dato il via libera per la coltivazione del Cappelli prima a due piccoli sementifici, Scaraia e Selet, e poi (dal 2016), per 15 anni e in esclusiva, alla Sis, la Società italiana Sementi.

È qui che sono incominciati i guai, di cui si sono occupati non solo i giornalisti di Report, ma pure l’Antitrust: il problema è che la Sis avrebbe ceduto il Cappelli solo ad alcune imprese agricole, anche stabilendo il prezzo di acquisto da parte dei pastai (60-80 euro al quintale) e pure imponendo la consegna di tutto il raccolto. L’avrebbe fatto per due ragioni: garantire un giusto profitto ai coltivatori e impedire la risemina e dunque il decadimento delle proprietà di questo particolare grano. Nonostante questo, è stata sanzionata dall’Antitrust con 3 multe da 50mila euro ciascuna, per “aumento ingiustificato del prezzo del seme” e per “imposizione del vincolo di filiera” (la sentenza è pubblicata, potete leggerla). E così, in attesa di un pronunciamento del Tar sulla questione, la semina del Cappelli si è di nuovo praticamente interrotta.



LA PASTA CHE FA BENE A CHI NON MANGIA LA PASTA

Peccato. Perché l’altro motivo per cui in tv se n’è parlato è che la pasta fatta col Senatore Cappelli fa bene. A tutti, ma soprattutto a chi pasta proprio non potrebbe mangiarne: non lo dice la Sis o i pochi che ancora la producono, lo dice uno studio dell’ospedale Gemelli di Roma, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nutrients.

Che il “grano del Senatore” avesse effetti benefici, che fosse in grado di contrastare le intolleranze e pure portare benefici a chi soffre di disturbi gastrointestinali, lo si sapeva da tempo. Al Gemelli sono andati oltre: con un trial “a doppio cieco”, i ricercatori hanno fatto mangiare 100 grammi di pasta al giorno, per un mese, a 30 pazienti intolleranti al glutine. Persone che non mangerebbero pasta, insomma. Di contro, hanno somministrato un altro tipo di pasta a un altro gruppo di pazienti, per poi incrociare gruppi e paste.

I risultati sono stati sorprendenti, come ha spiegato la dottoressa Maria Cristina Meledirettore del reparto di Nutrizione del Gemelli: “Sintomi e disturbi si sono ridotti moltissimo, e sinceramente non ce lo aspettavamo”. In sintesi, le persone sottoposte al test, che avevano più o meno tutte smesso di mangiare la pasta, hanno accusato meno fastidio che con altri tipi di pasta, meno mal di testameno gonfioremeno dolori articolari, anche trovandola più digeribile. È il “miracolo” del grano del senatore, di cui però pochi possono godere, almeno per il momento.

 

di Emanuele Capone



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