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Le vie del Sake sono infinite

Data pubblicazione 07.11.2012
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Quando l'incontestabilmente fascinoso Andrea "Bez" Bezzecchi mi ha detto "ma si … prosciutto e Sake", ho sgranato occhi e narici. Perché, in fondo, quello che noi onnivori dotati di bramosa curiosità enogastroempirica cerchiamo è una cosa difficilmente semplice: conoscere quello che non conosciamo.

Così, mi sono presentato all'Acetaia San Giacomo di Novellara, per assistere al sorprendente Kabuki nippo-emiliano messo in scena da La Via del Sake, associazione dalla missione, più che nobile, complicata: far conoscere il Sake al popolo italico (e non solo).

Già, perché presentare il Sake vuol dire fare cultura, raccontare una filosofia, sfatare miti e leggende, vuol dire avvicinare le persone alla bevanda alcolica più tradizionale del popolo più digitale del pianeta terra, popolo che ha fatto, della tradizione, la radice più profonda di ogni innovazione tecnica e tecnologica.

La strategia della serata è semplice. Si tenga fuori ogni triste tentazione fusion e si vada allo scontro totale e frontale: il Sake è il protagonista che accompagna la tavola emiliana, perché ne ha stoffa, spessore e capacità.

Eccome.

Scorrono nei bicchieri Sake diversi, sfumati, rotondi, spigolosi, profumati, freddi e caldi. Sake rifermentati in bottiglia, Sake più secchi e più dolci, Sake semplicemente meravigliosi. Un Sushi espresso preparato da Yositomi Miyamoto, con l'aiuto di Tae e Misa, ci ricorda da dove parte la strada che cominciamo a percorrere, ma poi la mortadella, il Parmigiano Reggiano 30 mesi, il culatello, il crudo di Parma e ogni altra emilianità profondamente padana proposta sembrano solo lusingarsi, davanti a questo accompagnatore delicato eppure presente, preciso, deciso.

Ascoltare Koji Nakano, uno dei 1300 produttori giapponesi di Sake, raccontare come nasce il suo splendido liquore, il tradizionale Umeshu di Wakayama (ume, una prugna colta ancora acerba) è ipnotizzante. Un prodotto dall'eleganza e dalla finezza memorabili, dove davvero si scorge la differenza di approccio al prodotto, in questo caso, liquoroso: la potenza, l'alcol, il sapore non devono essere protagonisti ruffiani e sfacciati, ma è l'equilibrio, la qualità infusa e diffusa, l'armonia che si ricerca. Immaginifico.

Marco Massarotto e Gianfranco Chicco spiegano, rispondono, sorridono e si compiacciono della meraviglia che leggono nei nostri occhi, consapevoli che la via è lunga, lunghissima. Ma giusta.

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