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Prize Old Ale - Fuller’s

Data pubblicazione 28.01.2015
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VOTO MEDIO
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DI STEFANO RICCI
INFORMAZIONI
NomePrize Old Ale
DenominazioneOld Ale
NazioneInghilterra
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Quando stringi fra le mani una birra del cuore, il tuo animo è incline all’indulgenza. Quando quell’etichetta ti riporta ad assaggi rari della tua preistoria birraria, subito ti senti pronto a sdrucciolare la china nostalgica. Quando ciò che ti appresti a stappare è la superstite di un passato glorioso, la venerazione ti impone rispetto.

Old Ale oggi vorrebbe dire una birra britannica morbida, maltata, non molto attenuata e parsimoniosa nell’utilizzo del luppolo, di gradazione generalmente moderata. Vorrebbe dire, perché nel guazzabuglio della storia degli stili britannici il presente finisce per intersecarsi, sovrapporsi, confondersi. Esiste una differenza reale fra Old Ale e Barley Wine? Cambia davvero qualcosa fra una Old Ale e una storica Burton Ale, stile semi-estinto sconosciuto persino agli esperti (ma ora sapete che esiste)? Non è la risposta ciò che dobbiamo cercare, ma il dubbio.

Per comprendere la Prize Old Ale bisogna volgersi al passato, a quelle Stock Ale che venivano lungamente maturate in tini di legno per venire quasi esclusivamente miscelate a birre più giovani a cui donavano complessità. Erano Porter invecchiate, ma in questo caso soprattutto Mild e Burton Ale, birre morbide e meno luppolate, che durante la lunga maturazione venivano contaminate da brettanomiceti e batteri sviluppando una sensibile acidità che andava a contrapporsi alla dolcezza originaria. È un modo di fare birra arcaico che da decenni è oramai quasi completamente scomparso. Quasi, appunto.

Il birrificio Gales è stato per anni uno dei pochissimi baluardi a proporre ancora in tempi moderni quel modo di birrificare arcaico, producendo in edizione millesimata una Old Ale erede di quelle Stock Ale, maturata per diversi mesi in tini di legno e divenuta bandiera del birrificio stesso. Certo, per chi si ricorda le rare bottiglie che circolavano un decennio fa, non era certo un esempio di costanza: ad annate equilibrate se ne contrapponevano altre taglienti nell’acidità ed erose nel corpo, con livelli di carbonazione variabile e a volte qualche difetto organolettico. Nonostante tutto l’emozione di aprire uno dei pochi oblò esistenti sul passato remoto vinceva sempre.

Nel 2005 il grande birrificio indipendente londinese Fuller’s ha acquisito il birrificio Gales chiudendone gli impianti per fortuna senza eliminare dal mercato questa birra, sebbene nel bene e nel male le condizioni produttive siano cambiate. Oggi viene realizzata nello stabilimento londinese di Chiswick dove sono state trasportate e conservate tutte le scorte di Stock Ale esistenti presso Gales a Horndean al momento dell’acquisizione. Oggi ogni millesimo viene realizzato miscelando a una birra giovane una quota di Stock Ale, un procedimento molto tradizionale, mentre le scorte di Stock Ale prelevate vengono rimpinguate aggiungendo nuova birra e lasciandola maturare con un processo di tipo solera. In questo modo si cerca di preservare l’impronta originale di Gales e di trasmetterla nel prodotto finale.

La ricetta dovrebbe prevedere l’uso esclusivo di malto Pale con un piccola aggiunta di malti tostati scuri per dare colore, quindi non ci si deve attendere note spinte di tostature, cioccolato, caffè, quanto una morbidezza maltata con note caramellate e un accenno di crosta di pane e frutta secca. Vale la pena dirlo subito: nonostante sia una birra pensata per una vita piuttosto lunga, coadiuvata da una gradazione importante di 9%, questo esemplare del 2008 ha doppiato la boa del suo apogeo. L’ossidazione è ineludibile, ma non spinta al punto tale da reprimere la nobiltà che questa birra ha ancora da raccontare.

Il colore è un bel mogano e la schiuma adeguata allo stile, cioè non particolarmente abbondante. Fra le canuzie del tempo, fra l’ovvio maltato tondo di miele di castagno, caramello e appena tostato di crosta di pane, si fanno largo la polvere di cacao, il fico, la torta di mele, la cola, quindi sentori che virano nel perimetro dello Sherry, con prugna e uvetta, sotto spirito, fiori caldi. Nonostante il tenore alcolico ogni sentore etilico è addomesticato dalla grazia e dal tempo, mentre il luppolo non trova alcuno spazio nel ventaglio olfattivo. In bocca sono tutte dolcezze, certo la ruga del tempo solca la fronte trattenendo lo slancio, ma non si inciampa in stucchevolezze mentre l’amaro che sbuca in fondo alla persistenza è la cerniera che tiene in equilibrio tanta struttura maltata. Non manca una certa freschezza, ma non è propriamente quella sensibile acidità lattica che mi ricordavo in questa birra, non solo dal passato ma in questa stessa annata: mi si aprono interrogativi sulla memoria, sulla fallacia, sulla casualità dell’evoluzione in vetro, dubbi che non trovano risposta.

Non trova risposta nemmeno il mio interrogativo ricorrente circa il motivo per cui in mezzo a tante idiozie birrarie che assediano scaffali e frigoriferi italiani nessuno riesca a trovare uno spazio per bottiglie fuori dal coro come queste, che hanno qualcosa di diverso, di bello, di intelligente da raccontare.



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