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Aecht Schlenkerla Eiche, Brauerei Heller

Data pubblicazione 30.04.2015
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VOTO MEDIO
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DI STEFANO RICCI
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Avrei azzardato il massimo riconoscimento se il Barone della Franconia, Manuele Colonna, non mi avesse redarguito circa la possibilità di andare ancora oltre. E in fondo quanto conta un numero? A che altezza è posizionata l’asticella della perfezione?


La Franconia è la regione con la più alta densità di birrifici al mondo. Per tanti anni snobbata o propriamente ignorata dal pubblico birrario più affezionato, si sta recentemente ricavando una fetta di attenzione e apprezzamento nel contemporaneo dominato dagli stili iperluppolati anglosassoni. Merito, inevitabile non tributarlo, di Manuele e della visibilità che è riuscito a dedicarle dal suo palcoscenico birrario a Trastevere e attraverso i suoi viaggi. La natura della Franconia birraria è familiare, onesta e contadina, profondamente bucolica, legata alla vita dei villaggi e vicina in qualche modo alle taverne polverose delle Fiandre e della Vallonia, stessa atmosfera impermeabile alla modernità. Diverso e inferiore ovviamente l’eclettismo birrario, qui legato alla bassa fermentazione e tradizionalmente dominato da Lager chiare, luppolate, con un tocco morbido di malto che ricorda la panna cotta, insieme a un buon numero di prodotti differenti, spesso stagionali. Gli alti e bassi qualitativi che si incontrano sembrano voler ancorare queste birre alla loro dimensione originaria, alimentare, conviviale, quotidiana, così estranea al modo di bere birra dell’appassionato di oggi.


Schlenkerla in questo panorama rappresenta un po’ l’eccezione:  famoso per l’affumicatura delle sue birre, è il birrificio più conosciuto della regione, esporta e si trova sugli scaffali di tutto il mondo. La sua taverna storica sta nel centro della splendida Bamberga ed è una visita imperdibile per il turista, birrario o meno. Questa Doppelbock affumicata è una birra stagionale, forte e invernale, meno diffusa della classica Marzen ma non per questo introvabile – non a caso l’ho trovata nei frigoriferi di un beershop italiano. La sua peculiarità è quella di essere prodotta con malti affumicati non con il classico legno di faggio ma con quello di quercia, più pregiato e costoso, dal timbro più espressivo.


I toni sono quelli dell’ambra, solcati da riflessi ramati. La limpidezza è elevata senza arrivare al cristallino assoluto e inquietante dell’industria. L’ingresso olfattivo è sull’evidenza del malto Rauch e mi costringe a gettare la maschera: non amo affatto l’affumicato, proprio per nulla. Però questo fumo non esonda, anzi nell’evoluzione della bevuta va a incastonarsi perfettamente con la morbidezza maltata e goduriosa che lo stile prevede aggiungendo una dimensione ulteriore e priva di spigoli. Caramello, ciliegie e fragole succose, la crosta di un dolce da forno appena imbrunita sono le sensazioni che si fanno largo su un impianto estremamente pulito e nitido. L’amaro c’è ma è al servizio di un equilibrio che ruota attorno alle dolcezze. L’etilico importante accompagna mentre il volume in bocca non penalizza la scorrevolezza. A che altezza porre quindi l’asticella della perfezione? A quella dei nidi impervi e inaccessibili della complessità, delle sfaccettature, del caleidoscopio? O presso la quieta bellezza della perfezione, del gesto calibrato, essenziale, che non prevede sbavature nello svolgimento rigoroso ed ordinato di un piacere semplice ma completo?



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