La manifestazione di Piacenza si autodefinisce "Mostra dei vini naturali, di tradizione e di territorio" togliendoci così l'incomodo di dover definire l'ampio compasso di prodotti enologici - e gastronomici - a disposizione di operatori ed appassionati nel Bastione di Porta Borghetto a Piacenza.
Per la prima volta qui, dopo i fasti del Castello di Agazzano, come ogni cosa nuova porta luci ed ombre: l'indubbio fascino dell'antico carcere comporta qualche angustia espositiva, i mastodontici volumi militari acchiappano la fantasia in cappa e spada ma a volte rischiano di penalizzare qualche banchetto infilato in anfratti, diciamo, non baciati dal sol dell'avvenir. E diciamo anche, bonariamente, che un paio di cartelli indicatori in più su percorsi e parcheggi non avrebbero indispettito nessuno. Ma è poi di tanto valido spessore la selezione degli espositori che una volta dimenticati i mugugni ci si annega volentieri in una serie di incontri di commovente verità.
L'indegno scriba ne riporterà solo alcuni, parzialissimi: visto che il codice di comportamento autoattribuito era Solo Piemonte e Tutto il Tempo Che Ci Vuole. Così ha funzionato benissimo, portando a casa conferme e un paio di nuove conoscenze - parlo per me - che ho subito scritto nel libro dei buoni.
Tenuta Grillo. L'azienda monferrina racconta attraverso la verve sanguigna di Guido Zampaglione i suoi bianchi diritti e longevi: il Roccabianca, un Cortese del 2006 finissimo e rigoroso e il Solleone Sauvignon 2011, asciutto e sottile, vagamente citrino. Tra i rossi l'Igiea Barbera 2006, scuro e severo al naso, elettrico all'assaggio e il Pratoasciutto, delicato nei profumi e con una grande tensione tannica all'assaggio. Bei bicchieri coraggiosi.
Pietro Cassina. Leggere "Lessona" e precipitarsi nella celletta è un movimento unico, per incontrare un vignaiuolo totalmente privo di artefazione come i suoi vini: nitidi al limite del rigore. Assaggi allora l'atipico Corte Sesia Tèra Rùssa, da uve Vespolina in purezza, teso e fiducioso. Oppure il Coste Sesia Nebbiolo Ciùet 2010, che cerca una via agevole al grande vitigno con un sorso di compostezza cristallina; il Cà dei Tass 2009, nella stessa denominazione, conosce il legno ed ha naso fermo e solido e tannini indomabili. 'Tanzo è il Lessona 2009, serio nei suoi frutti rossi indietro di maturazione e nei suoi tannini educati se non ingentiliti.
Cantine Valpane. Vale la pena di fermarsi solo per discorrere con il funambolico Pietro Arditi, che sbicchiera con la stessa loquacità con cui parla dei suoi vini monferronei, alquanto senza compromessi. Per esempio del formidabile Grignolino 2011, Monferrato Casalese, consistente ed aereo allo stesso tempo, con un sorso in piena spinta di frutto. Rosso Pietro, Monferrato Barbera, è proposto addirittura nel millesimo 2004 - impossibile dirlo alla cieca per vivezza - con il fumo e le spezie, profondo e acchiappante. Tannini vibranti come fildiferro, sorso seducente. Infine il Monferrato Barbera Superiore 2003 - ancora un elisir di lunga vita - reboante di tannini, serio al naso, non immediato ma convincente all'assaggio.
Andrea Tirelli. Vignaiolo blues, affronta con disinvoltura l'impresa enoica con un'apprezzabile asciuttezza d'atteggiamento, questo è il vino questa è l'uva, vedete un po' voi. Il Munta 2010 è Cortese in leggera macerazione, un bianco dorato che ha profumi più tondi del sorso, secco con una punta di calore. Tanto alcool. Il Nibirù 2009 è Nibio rosso - Tirelli ignora volutamente denominazioni e codifiche - che porta qualche rusticità terrosa assieme a un'idea di dolcezza. Assai più selvatico il Terradura Barbera 2008, scuro e succoso, a tratti spesso, impegnativo.
Carussin. Meriterebbe una sosta più lunga l'azienda astigiana, anticonformista nel suo approccio profondamente artigianale. Mesce con serena condivisione il Caricalasino, bianco dall'omonimo quasi dimenticato vitigno autoctono salato e lievemente asprigno. L'Asinoi 2011 è Barbera d'Asti, naso bello gioioso e stretto, squillante all'assaggio: da bere senza domandare. Il Lia Vì ha stessa architettura ma uva da vigne vecchie: lo troverai appena più levigato. La Tranquilla 2010 è Barbera d'Asti, da botte grande di centesimo passaggio, eppur polputo e vibrante: saziante. Il Ferrocarlo, Nizza 2010, è il bicchiere che ho amato di meno.
Rocche Viberti. Baciata in fronte da una zonazione di incredibile profondità, alle Rocche di Castiglione Falletto, l'azienda langarola ha presentato una vertiginosa verticale dei suoi Barolo 2004-2009, vero attraversamento di tutta la storia aziendale: giovine per l'imbottigliamento a marchio, ma antica per la produzione di sfuso. Il Dolcetto 2012 è un bicchiere che rotola via tra la salamoia e il fumo, appena amaro al finale: agevole. Il Barbera d'Alba Superiore 2011 fa un po' di legno, porta un po' di spezia e garantisce una bella estensione sul finale. Il Langhe Nebbiolo 2010 ha un vibrato seducente al colore, virato all'arancio, composto e severo al naso, teso e lungo all'assaggio. Tra i Barolo rimarchevoli il giovane '9, bello ed esteso; l'8 forte di terra bagnata, il '6 vivissimo e addobbato di tannini olimpici, il '4 sottile ma fine.
Tutti vini di cui vorrei avere cantine ingombre: bravi produttori, e bravi organizzatori nell'improbo lavoro di selezione.