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A Milano il calendario concede una seconda occasione per mangiare il panettone. Non è una replica, piuttosto una coda: il 3 febbraio, giorno di San Biagio, quando si torna al panettone accantonato da Natale. Non per nostalgia, non per gola fuori tempo massimo, ma per continuità.
Un gesto che tiene insieme la città verticale, che corre, e una Milano più orizzontale forse solo immaginata, fatta di spazi lenti che il rito, per un istante, rende possibili.
La tradizione è semplice e, forse, per questo resistente: si mangia un boccone del panettone aperto a Natale, che sia cenone della Vigilia o pranzo del 25 non è specificato, purché messo da parte apposta. Non uno qualunque, non quello comprato dopo le feste al 50%, ma quello natalizio, attraversato dalle settimane e dal freddo. La precisione non è pignoleria: è parte del rito. Il tempo conta quanto l’impasto. E conta perché a San Biagio, nella devozione popolare, si chiede protezione per la gola, per il naso, per l’inverno che non ha ancora finito di dire la sua.
La figura del santo, San Biagio, appartiene a un cristianesimo delle origini in cui la cura del corpo e quella dello spirito erano una cosa sola. Medico e vescovo, secondo la tradizione visse tra il III e il IV secolo e morì martire. È a un episodio tramandato dalla devozione popolare che si deve il suo ruolo di protettore della gola: un bambino con una lisca incastrata in gola, salvato dal soffocamento grazie alla sua intercessione. Da qui nasce la liturgia del 3 febbraio, quando nelle chiese si benedice la gola con due candele incrociate, estendendo simbolicamente la protezione a tutto ciò che riguarda il respiro e i malanni dell’inverno.
Accanto alla liturgia, a Milano si è innestata una leggenda domestica, contadina: quella del panettone affidato a un frate perché lo benedicesse prima di Natale, dimenticato, mangiato a piccoli morsi e ritrovato - il 3 febbraio - miracolosamente raddoppiato. Storie così non vanno verificate, ma accolte. Parlano di spreco e di risparmio, di attesa e di restituzione, di un dolce che non è ancora merce stagionale ma pane festivo, raro, da trattare con riguardo.
Non stupisce allora che il rito non contempli il pandoro. Non per gerarchie di gusto, ma per genealogia. Il panettone è milanese per nascita e per diffusione simbolica; il pandoro arriva da un’altra storia e da un’altra geografia. L’ipotesi più plausibile è che la tradizione di San Biagio si sia cucita addosso a ciò che la città riconosceva come proprio. Le tradizioni funzionano così: non sono inclusive per principio, ma coerenti per necessità.
Negli ultimi anni, però, il panettone ha cambiato statuto. Da dolce domestico e stagionale è diventato oggetto culturale, quasi di culto anch’esso: concorsi, festival, classifiche, lievitisti-star. La spinta artigianale ha riportato al centro il tempo - di lievitazione, di attesa - ma anche il racconto, spesso enfatico. In questo contesto, San Biagio agisce come un freno gentile. Ricorda che il panettone non nasce per essere giudicato a Natale, ma finito a febbraio. Che la sua qualità non è solo tecnica, ma anche relazionale: quanto dura, come lo si conserva, con chi lo si divide.
C’è poi un dettaglio che merita attenzione: il rito non vale se il panettone è stato comprato dopo Natale. La distinzione è netta e dice molto. Non si tratta di moralismo contro lo sconto, ma di una grammatica del senso. Il panettone di San Biagio deve aver attraversato le feste, aver abitato la casa, essersi fatto quotidiano prima di tornare eccezione. È un dolce che ha memoria. Senza, il gesto si svuota.
Questa usanza si custodisce con discrezione, a Milano, dove all’ombra della Madonnina, il Santo veglia dalla guglia, e più in generale in buona parte della Lombardia, come accade alle tradizioni che non hanno bisogno di spiegarsi troppo. Qui in questa liturgia, il panettone resta un boccone secco, voluto, quasi ostinato. Una colazione che non cura davvero il raffreddore, ma tiene insieme il tempo.
Ci piace questo messaggio di familiarità che ha a che fare con l’attesa, con la trasformazione lenta, con l’idea che qualcosa migliori stando fermo. Come un panettone messo da parte. Come certe idee, che per funzionare richiedono tempo.