Pino Cuttaia parla calmo, scegliendo le parole come se ne avesse troppo poche a disposizione. Con parsimonia, innaffiandole con pause larghe e soffuse. Pronuncia molte volte e con specchiata fierezza la parola artigianato.
Chiama i colleghi a rimettere le mani in pasta, è il caso di dirlo: magari sfogliando l'albero della comunicazione di qualche ormbra eccessivamente costruita. Lancia frecciatine con occhiate maliziose e sorrisi, non privi di un sottofondo acidulo: per l'imperante moda della cucina del nord, per l'eccessivo uso di macchine emulsionanti, per l'avvitamento creativo: e predica una linearità che solo i distratti possono scambiare per semplicità.
Il metodo empirico, ecco lo strumento di base che Pino Cuttaia mette nel piatto a Identità Golose venti-dodici. Per inventare un cannolo di melanzana, per farcirlo di melanzana, per reinventare la melanzana perlina; poi avvolgerlo di capelli d'angelo, croccantizzarli, e irrorarsli di una salsa di pomodoro densa al punto di sembrare carnosa.
E lui lassù sorride sornione, come il gatto del condominio.