"Un congresso di cucina dev'essere anche un congresso di pensiero".
E' nella logica delle cose, che l'apparizione di qualcosa che piove fuori dagli schemi generi perplessità, almeno. Se poi a dire parole pesanti è una cuochina giovine e sparuta che quasi scompare dietro le bottiglie d'inchiosto appoggiate sull'acciaio si farà la fila a guardare bocche a cul di gallina.
Eppure è tutto logico: il pianoforte nero, suonato da una ragazza che poi salirà sul palco a schiacciar budella di calamaro; il nero in sala; il nero negli alambicchi; il nero sul muro, dove le parole si muovono lente come la vita e fulminanti come il pensiero; e il nero è nel piatto; e il nero è nel mare nero da cui viene il nutrimento. Nascosto.
Profanato, dice Marianna Vitale da Quarto, Napoli.
Insomma, a me quell'avventura umana, che è anche professionale, che è anche intima, quell'avventura di giuocarsi anche le trippe nel mestiere che si ama dice qualcosa. Dice che la bacchetta di quello che è consentito fare si può anche spostare più in là. E a volte: superare. Lo dice la smania di avere sotto le luci le ragazze della cucina, lo dice quell'anello d'acciaio cor-ten intrecciato e allacciato alla ricetta lasciato al pubblico in sala. Un nugolo di idee nuove, che ce n'è bisogno.
E poi le linguine con il quinto quarto di calamaro son un piatto in così clamorosa controtendenza da far quasi timore: tutto quello che si butta via, e solo quello che si butta via. Un solo ingrediente, cottura diretta, bast: come si dice a Napoli.
E sono buonissime.