Dopo tutto
questo spadellare inventare scrivere e fotografare, il Manipolo d'Arditi si è riunito. Sotto lo sguardo magnanimo e benevolente di Daniele Savi, si è consumato il primo pasto comune: più ecumenico che eucaristico, nella nuova sede de L'Ora d'Aria di Marco Stabile, di cui bene si disse
altrove.
L'occasione è stata galeotta per non meno di tre motivi. Il primo, cadere affascinati sotto lo sguardo di bragia di Riccardo Felicetti, che parla della "sua" pasta con un fervore ed un coinvolgimento non dissimile da un sano e vero amore. Il secondo, per conoscere i compagni di viaggio, per scambiarsi opinioni sulla "stanchezza dei blog" - uno degli argomenti più gettonati - e per parlar male degli assenti. Il terzo e non certo ultimo, per incassare il
miglione di dollari che ognuno di noi riceve per l'arduo e periglioso compito.
Cosa ci siamo detti non interessa nè poco nè punto. Quello che invece interessa è scoprire di nuovo un'altra realtà in cui l'imprenditore è motore inesauribile della propria intrapresa, con un volontà e una voluttà che ho conosciuto solo negli uomini del vino, e pochi altri. Mi piace ascoltare queste storie di mugnai e di pastai, di impasto che cambia se la pressione muta di 10 millibar, delle difficili scelte di ogni giorno. Mi piace vedere la voce che s'accalora quando si parla della differenza tra pastifizio artigianale ed industriale: che Felicetti Riccardo accoglie l'obiezione ma rifiuta la distinzione con argomenti solidi, profondamente integrati nella propria personalità.
E quando alla fine dice, "Venite a Predazzo, venite in pastificio" non è un invito al giro turistico nello stabilimento, ma è per vero desiderio di condivisione di una passione.
I veri volti dei partecipanti, indegnamenti colti alla poca luce della cripta de l'Ora d'Aria: