Allagash è un nome che pesa negli Stati Uniti birrari. Basato in Maine, East Coast, è uno di quei birrifici di successo - nemmeno molti in verità - che sono riusciti ad andare oltre il culto locale del proprio Stato e dei templi birrari per diffondersi in ogni angolo della nazione.
Rob Tod, birraio e fondatore nel 1994, ha scelto di andare controcorrente e invece di concentrarsi come tutti sugli stili anglosassoni e sulle varie declinazioni di American Pale Ale scelse di dedicarsi principalmente agli stili del Belgio. A quanto pare la scelta ha pagato visto che da parecchi anni i suoi prodotti sono richiesti e facilmente reperibili persino nella costa opposta, dove la birra d'eccellenza e la concorrenza non mancano di certo.
Inutile dire che il successo non arriva certo per caso, ma grazie a qualità, estro e ricerca continua, affiancando le produzioni "standard" con edizioni speciali che ricorrono all'uso di lieviti selvaggi, affinamenti in botte, uva, fino ad arrivare a fermentazioni spontanee tipo-lambic che mi dicono - ahimé, mancano sul mio personale cartellino - essere di estremo interesse.
La Victoria Ale è prodotta con l'aggiunta di uve chardonnay e fermentata in acciaio. È un filone, questo della contaminazione fra il mondo della birra e quello del vino, piuttosto in voga anche in Italia. Presenta un bel cappello di schiuma fine sopra il liquido dorato, la carbonazione è briosa. La prima impressione olfattiva, nell'ovvio vinoso, è carica di profumi dell'estate e di acini maturi baciati dal sole, di suggestioni orientali che ricordano il sandalo. Lo spettro olfattivo è molto ampio con pera, pesca, miele d'arancio, limone e erbe mediterranee che si susseguono, e poi ancora ananas, il melone e la banana, con un tocco di zenzero e di terroso dietro alle quinte. L'intensità degli esteri del lievito belga è tutto sommato garbata in questo caleidoscopio di colori.
Il corpo vira sulle morbidezze, avvolgente e riflessivo più che di pronta fruibilità. D'altronde parliamo sempre di 9% alcolici, ben mascherati, anche se la piacevolezza e la traditrice beverinità belga non è completamente messa a fuoco e il godimento sconfina un po' nella fatica. Una discreta acidità, un lungo finale amaro e un ritorno di secchezza aiutano la chiusura del sorso.
Interpretazioni sempre piuttosto rognose quelle birra+uva: da un lato il rischio di cadere nella retorica del "più vino che birra", dall'altro la necessità di dare un senso alla contaminazione, caratterizzando, che poco senso ha l'ingrediente uva bianca per dare una semplice pennellata. Birra dal grande potenziale espressivo ma che inciampa in una certa ridondanza e qualche pesantezza. Qualche mese di cantina avrebbe potuto giovare non poco.