Ricco, denso, tradizionale, la bontà di un Barley Wine inglese come questo sa essere addirittura oltraggiosa certe volte. Può spezzare all'ultimo sorso il cuore del birrofilo, perché reperire esempi di questo stile glorioso e snobbato non è affare affatto semplice: se mi chiedete un altro nome altrettanto nitido nell'esecuzione, dopo averci pensato un quarto d'ora, probabilmente non troverei una risposta convincente. E se l'avessi, il problema sarebbe poi reperirlo.
Lees è uno storico e solido birrificio di Manchester che non si può certo dire stia sulla bocca di tutti: questione di mode e di visibilità più che altro, non necessariamente di qualità. Nella sua gamma però c'è un'etichetta che da sempre alberga nell'olimpo delle preferenze degli appassionati, quantomeno di quelli più scafati: quella che potete leggere nel titolo ovviamente. I Barley Wine inglesi, come dice la traduzione "vino d'orzo", sono birre forti, anche molto come in questo caso, robustamente maltate e luppolate, che esprimono grande calore e complessità e che non temono lunghe conservazioni, a volte lunghissime. Questo di Lees, la Harvest Ale, è stato prodotto per la prima volta nel 1986 come birra d'occasione ed è una vulgar display of power di capacità brassicola. Tre semplici ingredienti decretano la sua grandezza: il tradizionalissimo luppolo inglese East Kent Goldings, quello freschissimo del primo raccolto dell'anno da cui deriva il nome Harvest, tanto malto Maris Otter e solo quello, senza aggiunte di malti speciali, e infine del buon vecchio lievito inglese con il suo frutto sottile. Nient'altro, una ricetta lineare per una birra iconica.
La versione nel bicchiere è quella del 2010, l'annata viene sempre millesimata in etichetta. La schiuma è minimale e il colore un bell'ambrato carico con riflessi mogano. Ampio lo spettro gustativo, progressivo e cangiante nello sviluppo: dominanti le note donate dal luppolo, speziate di pepe e di zenzero, erbacee, terrose e di liquirizia, distese sopra il miele millefiori, la ciliegia sotto spirito e inserti di caramello e di biscotto. È un climax che prosegue verso il tropicale di mango e papaia e il balsamico, mentre in bocca si affrontano una dolcezza intensa ma non pachidermica ed un amaro dilagante ma signorile, d'altri tempi, che finisce per spuntarla nel lungo finale di tarassaco, rabarbaro e Braulio. Elegante e orgogliosamente britannica, con un corpo di intensità medio-alta ma non sciropposo come si potrebbe temere da una bomba di malto da 11.5%. Bassa la carbonazione e a suo modo beverina, contestualizzando. Rinfrancante ma mai pungente nell'alcool, se attesa continua a virare, da un ricordo di cioccolato al latte alla noce, fino alla marmellata di fragole e ad un inteso floreale caldo.
La lettura non è immediata e richiede, nonostante la dose morigerata, tutti i tempi del piacere per essere decifrata come merita. Grande annata questa 2010, colta al culmine della sua maturazione, nel pieno del suo potenziale evolutivo, nella nobiltà delle lievi ossidazioni, prima dell'irrompere del declino salato.
Naturalmente, come molte altre birre formidabili ma demodè secondo certi canoni contemporanei che guardano molto agli Stati Uniti e alle sue interpretazioni, trovarla in Italia è impresa disperata: nessuno si sogna di importarla. Gli americani invece, che dovrebbero averne fin sopra i capelli di (American) Barley Wine buoni e buonissimi e dare lezioni a tutti, senza troppa prosopopea non si fanno mancare niente ed acquistano gran parte della produzione annuale, comprese rare versioni affinate in botte.