Vestirsi con gli avanzi, fra t-shirt di gusci di granchio e giubbotti fatti coi funghi

Tanti avanzi da pranzi e cene delle feste? Sai che ci sono aziende che dagli scarti di quello che mangiamo creano t-shirt, giacche, occhiali e pure cosmetici?

Gusci di granchio, polvere di funghi, amido e bucce di mais, insieme con carote, lievito e fondi di caffè: non è la ricetta di chissà quale pozione magica, ma sono gli ingredienti con cui vengono realizzati sempre più capi di vestiario e cosmetici. Sono scarti della lavorazione alimentare e sottoprodotti dell’industria del cibo, che invece di essere buttati via e sprecati vengono riciclati e riutilizzati.

È una tendenza che col passare degli anni è diventata una necessità, perché produrre cibo inquina, e inquina parecchio (sul Cucchiaio ne abbiamo scritto più volte per esempio in Quello che mangiamo è quello che inquiniamo: così la nostra alimentazione influisce sulla nostra “carbon footprint”). E sprecarlo, scartarlo, non riutilizzarlo quando si può, è un po’ come inquinare due volte. Secondo l’Onu, ogni anno vengono buttate via circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo (un dato impressionante, che in 5 anni potrebbe crescere sino a 2,2 miliardi di tonnellate): più o meno un terzo di quello che potremmo mangiare finisce nella spazzatura.

Da qui nasce il bisogno di capire che cosa fare con tutto questo cibo scartato, con tutti questi avanzi, con questi resti della lavorazione e anche dei piatti ordinati nei ristoranti: non solo per fare bene all’ambiente, ma ovviamente pure per guadagnarci. Ci sono app come Too good to go (l’abbiamo inserita fra le 7 start-up del cibo da tenere d’occhio), che mettono in  contatto ristoranti, hotel e negozi che hanno cibo che non usano più con clienti che possono portarselo a casa pagando un prezzo conveniente; ma ci sono anche marchi storici della moda che si sono buttati nel business del “greenwashing” per darsi… una rinverdita (più o meno questo vuol dire, il termine inglese). E ci sono aziende che stanno nascendo ora o sono appena nate e hanno fatto della sostenibilità e del riciclo la loro bandiera.

Quelle t-shirt create con i gusci di granchio

Il caso più noto, di cui negli ultimi mesi si è scritto e raccontato tantissimo, è quello della neozelandese Allbirds, fondata nel 2014 dall’ex calciatore Tim Brown e da Joey Zwillinger, un ingegnere specializzato nelle biotecnologie e nelle energie rinnovabili: ha iniziato producendo scarpe e se n’è parlato tanto perché in breve tempo queste scarpe sono diventate le più amate nella Silicon Valley, indossate da chiunque voglia essere qualcuno nel mondo della tecnologia. E di conseguenza scelte anche dal grande pubblico: fatte di lana, bottiglie riciclate e canna da zucchero, sono “a impatto zero” e nei primi 2 anni ne sono state vendute un milione di paia in tutto il mondo. Oggi l’azienda vale quasi 1,7 miliardi di dollari e alla fine dello scorso ottobre ha presentato anche una sua linea di abbigliamento: fra i vari capi spicca una t-shirt, da donna e da uomo, fatta con un materiale che l’azienda chiama Trino XO, realizzata mescolando la lana merino con i gusci dei granchi.

“Ci siamo accorti che potevamo usare la fibra di chitosano - ha spiegato al Cucchiaio la portavoce di Allbirds - come una soluzione naturale per combattere i cattivi odori”. Nei crostacei, questa sostanza serve per bloccare lo sviluppo di batteri, nelle magliette è utile per mantenerle “fresche” più a lungo, rendendo necessari meno lavaggi. Dunque inquinando di meno. La “materia prima” arriva dal Canada, dai granchi pescati nel mare del Labrador: “Durante il processo di lavorazione i gusci verrebbero buttati via, invece noi li recuperiamo e li usiamo per l’abbigliamento, rivolgendoci solo ad aziende che fanno parte del Marine Stewardship Council e garantiscono una pesca certificata”. Un altro dettaglio importante nella direzione della sostenibilità e del rispetto dei mari, che ogni anno che passa è sempre più fondamentale, come sul Cucchiaio abbiamo spiegato di recente (in Perché il pesce vegetale è il futuro).

Gli occhiali (e le giacche) fatte partendo dai funghi

Ma anche la terra, intesa come il terreno e pure come il pianeta, ha però bisogno di attenzione e anche offre tante possibilità di riciclo e riutilizzo. È il caso dei funghi, da cui già nel 2013 venne ricavato il mycelium, una fibra creata partendo dagli scarti (anche domestici) del cosiddetto fungo ostrica, quello che in Italia è comunemente noto come orecchione: si sviluppa nell’arco di 3-4 settimane e poi può essere combinata con il lino e altri materiali “tradizionali” per dare vita a capi d’abbigliamento. Che al tatto sembrano fatti di pelle.

Nella primavera del 2018, la nota stilista inglese Stella McCartney ha creato così una variante sperimentale della sua celebre borsa Falabella, da cui poi è nata una linea di giubbotti, pantaloni e t-shirt. La soluzione non funziona con tutto, perché la fibra derivata dai funghi e dal mais si è rivelata troppo “debole”, per esempio, per sostenere l’incollaggio a caldo necessario in alcune fasi della lavorazione e dunque può essere tenuta in posizione solo con la cucitura a mano.

E però, nonostante ostacoli del genere, questa resta comunque la parte “facile”, appunto perché il fungo dà l’idea di essere morbido, comprimibile, malleabile, perfetto per i vestiti. Ma che succede se lo si vuole usare per qualcosa di più solido e rigido? Si può fare, come nel 2019 ha dimostrato la britannica Cubitts, una piccola azienda con sede e Londra che produce occhiali fatti (anche) con quel che resta dei funghi. E pure con le bucce di mais. L’idea è quella di ridurre l’impronta inquinante delle montature, che  sono fatte di acetato e contengono ftalati non biodegradabili e solitamente vengono buttate via quando cambia la prescrizione per le lenti da vista che ospitano.
Gli occhiali di Cubbits

Vestirsi d’arancia e truccarsi… col caffè

Sin qui alcuni degli esempi più importanti, ma quello che l’industria dell’alimentazione può offrire a quella dell’abbigliamento è molto di più. Ma molto davvero: sempre Cubitts usa per gli occhiali anche gli scarti della lavorazione delle patate da cui la canadese McCain crea le sue celebri chips; c’è chi usa gli avanzi delle noci, chi le foglie di ananas (come Hugo Boss per alcune scarpe), il lievito, la buccia degli agrumi per riprodurre la seta (Ferragamo la sfrutta anche per sciarpe e abiti), chi addirittura le reti da pesca dismesse o le vecchie vele delle barche, come Mr Porter, un marchio della galassia dell’italiana Yoox, che parte da quelli che erano scarti per arrivare a zaini e borse.

E i fondi di caffè di cui si diceva all’inizio? Si usano per la cosmesi: gli inglesi di UpCircle  e MontaMonta si riforniscono dalle caffetterie di Londra per creme e sieri. Del resto, il caffè è noto per essere ricco di antiossidanti e la caffeina sarebbe anche in grado di stimolare la produzione di collagene. E sembra che gli inglesi di caffè ne bevano quasi quanto gli italiani: ogni settimana, secondo statistiche recenti del World Coffee Portal, in tutti i bar del Paese ne vengono serviti più o meno 10 milioni e mezzo, dando vita a un mercato da oltre 10 miliardi di sterline. Insomma, la “materia prima” decisamente c’è.

Infine, le carote: sempre la britannica Body Shop ha una linea di struccanti e idratanti realizzati partendo da questo ortaggio. Dalle carote che ai supermercati nemmeno vengono consegnate, perché ritenute troppo brutte per finire sugli scaffali. Ma non per aiutarci a tenere la pelle pulita e in salute, evidentemente.

Gli occhiali sostenibili e le scarpe trasformabili

L’ultimo aspetto da considerare è quello della sostenibilità, dell’ottimizzazione delle risorse, della riduzione degli sprechi e della carbon footprint di quello che si produce, a prescindere dalle materie prime.

Due esempi su tutti, fra i tanti che sempre più si stanno diffondendo: la genovese NoWave, che produce occhiali anti-luce blu per chi sta tante ore davanti allo schermo (di un computer o di uno smartphone) ha a catalogo anche una montatura fatta sì di acetato, ma senza ftalati e dunque più facilmente smaltibile. La milanese Acbc (il nome sta per All things can be changed, Tutto si può cambiare) produce scarpe trasformabili: attraverso una zip, su una stessa suola si possono “montare” diverse tomaie adatte alle più diverse occasioni; questo significa che c’è minore necessità di avere calzature di ricambio, minore necessità di produrle, minore necessità di portarle e trasportarle da un capo all’altro del mondo. Minore inquinamento, insomma.

Che c’entra tutto questo col cibo? C’entra, perché quello che non inquina, o comunque inquina meno, non ha effetti negativi su quello che mangiamo. E perché, per fare un esempio pratico. le plastiche e le microplastiche non biodegradabili che non finiscono in mare, poi non arrivano nei nostri piatti attraverso il pesce. Conviene pensarci, la prossima volta che staremo per buttare via gli avanzi della cena…

Emanuele Capone si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova, è nella redazione Web del Secolo XIX e scrive di alimentazione, tecnologia, mobilità e cultura pop.